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da Antonella Sagone » mer ott 26, 2005 6:39 pm
credo che noi mamme in un momento così delicato come l'inserimento all'asilo avremmo bisogno di molto "silenzio" intorno, cioè nessuna sentenza, diagnosi, consiglio e tantomeno giudizio, ma solo un silenzioso stere vicino e sostenere i nostri sentimenti contrastanti, mentre osserviamo i nostri figli che si cimentano per la prima volta con il mondo di fuori. Questo perché il silenzio esterno aiuterebbe quello interiore e ci darebbe la forza di seguire le nostre intuizione senza tante sovrastrutture su quello che "dovremmo" fare o sentire, su quello che i nostri figli "dovrebbero" fare o sentire. E ci farebbe discriminare quello che può essere una fase sana di adattamento a una situazione nuova a quello che invece è la protesta angosciata di un bambino (e l'eco emotivo che ne prova la mamma) epr una situazione di accoglienza mancata, di approccio rozzo e fuorviante che tante, troppe volte le scuole materne e i nidi hanno.
Ogni volta che ci suona un campanello di allarme tutti si affrettano a dire che è nromale, tutti i bambini fanno così, le madri esagerano e può darsi che in alcuni casi sia pure così; ma molte altre volte, i campanellini di allarme stanno solo facendo il loro lavoro, e la mamma se non fosse così frastornata e confusa da messaggi contrastanti e disconfermanti gli darebbe ascolto molto prima, invece di capire solo a posteriori, magari, di aver fatto uno sbaglio scegliendo quel dato asilo, quella data maestra.
Se un bambino comunque fa un po' di "storie" perché la mamma resti e non sia lasciato solo all'asilo perché è un po' sgomentato da questo enorme cambiamento e non conosce ancora le sue potenzialità di cavarsela, io credo che il suo comportamento non sarà quello di un pianto disperato e prolungato, né di una chiusura emotiva e comportamentale - certi bambini sembrano come inebetiti dopo un po' che vanno all'asilo -: la mamma sono sicura che sa vedere la differenza.
Quando Elena era piccola (3 anni) ero costretta a lasciarla alla materna per andare a lavoro, e lei vedevo benissimo che ci stava veramente male. Il primo anno ho fatto così: 2-3 giorni di materna comunale, e 2 giorni in un nido familiare che una mia amica irlandese aveva organizzato in casa sua.
In quest'altro nido c'erano una dozzina di bambini con 3 adulti che discretamente li assistevano nelle loro attività. C'era un grande giardino e poi una grande sala coperta con tanti scaffali e armadietti a portata di bambino pieni di giochi, compresi quelli "sporcanti" cioè l'occorrente per dipingere, modellare, incollare ecc. C'erano vari tavolini e sedie ad altezza di bambino.
Non c'erano attività strutturate, il bambino sceglieva cosa fare e l'adulto lo aiutava se necessario a procurarsi l'occorrente e a saperlo usare; si formavano spontaneamente gruppetti di bambini che lavoravano insieme, e pensate che questo succedeva nonostante fossero di lingue diverse (parlavano italiano, inglese, francese...). C'era un bagno dove i bambini se volevano andavano, senza bisogno di aspettare il permesso della assistente. Se avevano fame chiedevano e ricevevano un frutto, un biscotto; e c'era a un certo punto un momento strutturato per uno spuntino con cibi fatti in casa.
Quando si entrava in questo luogo ciò che colpiva, in contrasto alla materna pubblica, era il silenzio e la calma, e anche il fervore di attività in sottofondo.
Inutile dire che lì Elena non aveva nessuna difficoltà a farsi lasciare anche tutta la mattina...
ecco, se non avessi avuto questo termine di paragone, sarei stata come tutte le altre mamme in crisi davanti ai painti del figlio che non vuole essere lasciato all'asilo, e avrei probabilmente pensato o mi sarei fatta convincere di essere una mamma "esagerata", iperprotettiva, o di avere un figlio "dipendente", "viziato" o semplicemente "melodrammatico"....
Antonella