Inizia male ma cerca di riprendersi verso la fine. Stavo per buttarla ne cestino, voi cosa ne pensate?
da newsletter Chicco
La battaglia è.... in tavola
Che ogni bambino sia diverso dall'altro è fuor di dubbio. E che l'alimentazione sia l'ambito nel quale le differenze si notano in modo più evidente è altrettanto indiscutibile. Ci sono bambini che sperimentano con voracità e senza alcun indugio ogni tipo di cibo ed altri capaci di trascorrere ore di fronte allo stesso piatto. Questione, quasi sempre, di carattere e di personale propensione verso un alimento piuttosto che un altro. Tuttavia, quando la guerra della pappa diviene sistematica, non si può prescindere dalla necessità di educare il piccolo ad una alimentazione adeguata. Senza imposizioni, però. Per vincere la battaglia, gli “ingredienti” sono soltanto comprensione, pazienza e rispetto dei bisogni di un bambino.
Il meccanismo di autoregolamentazione alimentare dei piccoli, del resto, funziona meglio di quanto immaginiamo e sono davvero rari i casi in cui un bambino ha davvero problemi di inappetenza. A determinare atteggiamenti di rifiuto intervengono quasi sempre cause del tutto marginali. Come ad esempio il desiderio di affermazione. Quale migliore occasione del pranzo e della cena per dire “no”? Il rifiuto del cibo da parte del piccolo crea nei suoi genitori una apprensione senza paragoni. Ed è proprio questa la strategia vincente di un bambino, quella che gli permette, meglio di ogni altra, di interpretare il proprio legittimo ruolo di “piccolo ribelle” alla conquista dell'indipendenza.
In ogni caso inasprire il conflitto si rivela quasi sempre fallimentare. Niente guerre all'ultimo cucchiaio, quindi, né ricatti del tipo “se non finisci non ti alzi dalla sedia”, o peggio ancora, “devi finire tutto altrimenti non diventerai mai grande come tuo padre”. Il pericolo di perdere la battaglia – e di conseguenza credibilità e autorevolezza – è altissimo. E non solo. Minacce e ricatti non fanno che sottolineare il problema aumentando, di conseguenza, il grado di interesse per la “sfida”. Da evitare anche inutili e controproducenti paragoni con fratellini più bravi “che hanno già mangiato tutto”, così come le retoriche frasi quali “pensa ai bambini che non hanno nulla da mangiare”. Lui è già impegnato a mettere alla prova la resistenza dei suoi genitori. Responsabilizzarlo con i problemi altrui, conduce, semmai capitasse, alla conquista di successi occasionali e, cosa più grave, genera ansia nel piccolo che rischia di instaurare un rapporto comunque sbagliato con il cibo.
La regola principale per trasformare il momento del pranzo in un pasto sereno è solo quella di gestire il passaggio facendo “convivere” fermezza e comprensione. Nella maggioranza dei casi ad esempio il bambino non “mangia poco”, semplicemente non mangia come si aspetterebbero mamma e papà. Che spesso propongono porzioni troppo grandi rispetto alle sue possibilità. Meglio, allora, ridurre il piatto ed allargare, piuttosto, la varietà dei cibi proposti. Ci sono poi piccole strategie da mettere in campo. I bambini, ad esempio, si annoiano a masticare: al posto della fettina si può, quindi, proporre della carne tritata.
Altrettanto importante è coinvolgere il piccolo nella preparazione del pasto, lasciando che osservi ciò che fanno i suoi genitori e permettendogli di intervenire. Anche portarlo a fare la spesa può essere utile: scoprire forme e colori di un cibo può essere un invito a scegliere. E servirà ad abituare il piccolo a lasciarsi tentare dall'assaggiare alimenti diversi, secondo il proprio istinto. Tuttavia se un cibo viene categoricamente rifiutato, meglio non insistere. Lo si può riproporre, certo, ma senza forzature. Il rifiuto è, molto spesso, la semplice conseguenza di una mancanza di entusiasmo per un determinato alimento: ci sono bambini che amano le carote, altri che prediligono il pomodoro, bambini a cui “piace” mangiare e bambini che mangiano solo per nutrirsi. Dipende dalla loro “personalità”. Che noi adulti non possiamo fare a meno di accettare, così com'è.
La battaglia è... in tavola!
La faccenda della sfida mi sembra un po' forzata, ma forse sono io che non ci sono ancora arrivata, visto che Chicco ha 14 mesi... L'ultima parte mi sembra sensata: secondo la mia esperienza, vedere la mamma che cucina (e che svolge qualunque attività, dallo scrivere al pc al suonare il pianoforte) e possibilmente partecipare è di un interesse senza pari! In questo modo, e mangiando con lui gli stessi cibi, mi sono accorta che assaggia e gusta veramente tutto (dai piselli sconditi alle carote crude, al mais - per citare solo il caso della verdura, che spesso sembra essere più complicato di altri).
Ciao
Ale
Ciao
Ale
Ciao Irene!
Forse sono un po' "tarda" io, ma cos'è che non ti è piaciuto nell'inizio?
A me sembra un articolo "abbastanza" in linea con quanto dice Gonzales ... "chi non mangia, o ha mangiato o mangerà" e "non forzare MAI un bambino a mangiare, in nessun caso e per nessun motivo" (anche se, quando preparo qualcosa perchè me l'ha chiesta lui e poi quando è pronta mi dice "bleah, non ne voglio" senza neanche assaggiare ... lotto contro di me per non mettergli il piatto a mo' di cappello!).
Se solo al posto della fettina e della carne trita avessero fatto un altro esempio, sarebbero stati più delicati anche con chi la carne non la mangia.
Forse sono un po' "tarda" io, ma cos'è che non ti è piaciuto nell'inizio?
A me sembra un articolo "abbastanza" in linea con quanto dice Gonzales ... "chi non mangia, o ha mangiato o mangerà" e "non forzare MAI un bambino a mangiare, in nessun caso e per nessun motivo" (anche se, quando preparo qualcosa perchè me l'ha chiesta lui e poi quando è pronta mi dice "bleah, non ne voglio" senza neanche assaggiare ... lotto contro di me per non mettergli il piatto a mo' di cappello!).
Se solo al posto della fettina e della carne trita avessero fatto un altro esempio, sarebbero stati più delicati anche con chi la carne non la mangia.
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Iregaia
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- Località: Correggio (RE) Emilia - mamma di Gaia 31/10/03 e Giulio 09/03/06
<<<A determinare atteggiamenti di rifiuto intervengono quasi sempre cause del tutto marginali. Come ad esempio il desiderio di affermazione. Quale migliore occasione del pranzo e della cena per dire “no”? Il rifiuto del cibo da parte del piccolo crea nei suoi genitori una apprensione senza paragoni. Ed è proprio questa la strategia vincente di un bambino, quella che gli permette, meglio di ogni altra, di interpretare il proprio legittimo ruolo di “piccolo ribelle” alla conquista dell'indipendenza.>>>
X Gio: questo non mi ha molto ispirato, non sono molto d'accordo su quel che dice sul desiderio di affermazione. Per il resto diciamo che anche secondo me ha preso abbastanza dal libro di Gonzales, ma solo dopo aver fatt ouno scivolone. :)
X Gio: questo non mi ha molto ispirato, non sono molto d'accordo su quel che dice sul desiderio di affermazione. Per il resto diciamo che anche secondo me ha preso abbastanza dal libro di Gonzales, ma solo dopo aver fatt ouno scivolone. :)
Non ho capito ancora, non credi che possano volersi affermare?Iregaia ha scritto:<<<A determinare atteggiamenti di rifiuto intervengono quasi sempre cause del tutto marginali. Come ad esempio il desiderio di affermazione. Quale migliore occasione del pranzo e della cena per dire “no”? Il rifiuto del cibo da parte del piccolo crea nei suoi genitori una apprensione senza paragoni. Ed è proprio questa la strategia vincente di un bambino, quella che gli permette, meglio di ogni altra, di interpretare il proprio legittimo ruolo di “piccolo ribelle” alla conquista dell'indipendenza.>>>
X Gio: questo non mi ha molto ispirato, non sono molto d'accordo su quel che dice sul desiderio di affermazione. Per il resto diciamo che anche secondo me ha preso abbastanza dal libro di Gonzales, ma solo dopo aver fatt ouno scivolone. :)
Ti dirò, non mi piace che un istinto innato e sacrosanto quale quello di potersi affermare come persona, venga visto come un essere ribelli, ma è certo che se hanno voglia "di decidere qualcosa" anche il cibo viene usato come campo.
Non è un desiderio di affermarsi sugli altri ma di affermare se stessi come persone, quindi di poter avere voce sulle scelte che ci riguardano quale è quella di cosa e come mangiare.
E' vero che al momento del cibo si possono creare tensioni:
A volte sembrano dirti..su dai vediamo se mi vieni un po' incontro, se molli tu, sono disposto a mollare un po' le pretese anche io. Oppure"mamma voglio decidere qualcosa" , oppure il classico "mamma sono stanco, ho bisogno di essere rassicurato, abbracciami"
Ovviamente lo fanno urlando.
Si certo ma istintivamente pensavo parlassero di un bimbo sui due anni, , quando appunto cominciano le prime voglie di affermazione,non ci ho neanche pensato all'età.Iregaia ha scritto:E' proprio l'interpretazione di "piccolo ribelle" che mi aveva infastidito, per quanto riguarda l'affermarsi sono d'accordo dopo una certa età, sicuramente non prima dei 18 mesi, non pensi che a 6 mesi sia qualcos'altro?
Si in effetti era meglio che specificassero di che età stessero parlando.