"Matrie" lontane
di Paola Fagioli
"A Roma la gente corre sempre, a Mogadisciola gente non corre mai.
Io sono una via di mez-zo tra Roma e Mogadiscio: cammino a passo sostenuto.”
Così si apre Pecore nere libro diracconti scritto dalla prima generazione di figlie di immigrati nate o cresciute in Italia. Quattro donne, senza lacrimevoli commiserazioni, ma con un’ironia leggera raccontano la propria esperienza di figlie di immigrati in Italia ed il problema dell’identità: italiane o stra-niere?
Le quattro scrittrici, Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Laila Wadia e Igiaba Scego sono un esempiodi buona integrazione, un modello da seguire. Tutte hanno un lavoro, una casa, amici, compagni, mariti italiani.
Tutte amano illoro nuovo paese. Ma la loro identità è divisa tra la cultura italiana e la tradizione del paese di origine, loro o dei genitori.
Tutte hanno un rapporto complicato con la loro “matria” (perché come dice Igiaba Scego, le terra è femmina e allora perché chiamarla “patria”?) vista contemporaneamente come una madre accogliente e come una gabbia da cui fuggire.
Ma cos’è questa tanto idolatrata identità? Come si fa ad essere italiane?
È necessario mangiare salsicce anche se si è musulmani per essere considerati italiani? Forse è sufficiente un picco-lo ma miracoloso pezzo di carta, come nel racconto “Documentiprego” di Ingy Mubiayi, senza il quale sei nulla in questa società di impronte digitali e tessere sanitarie.
Ma c’è anche chi ha concretizzato la parola identità in un armadio, simbolo di una vita stabile, di una nuova matria dallaquale non ci si vuole separare. E la vecchia matria? Quella chemagari non si mai conosciuta, che posto ha nella vita di queste donne? Forse il modo migliore per spiegarlo è proprio usarele parole di una di loro Gabriela Kuruvilla
“…appartenevo auna sola nazione quella italiana, perché l’altra ormai era stata abbandonata. Eravamo in Italia. Dell’India esistevano solo delle foto. Un oggetto che definisce l’arredamento. Non l’identità personale. Certo mangiavo tanto riso al curry e pochi spaghetti al pomodoro. Ma non è che uno davanti a un hamburger sisenta americano».
Un mondo ibrido.
La sfida che l’Occidente sta perdendo?
http://www.ferraraterzomondo.it/pollici ... o01_06.pdf