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Lo Junk food produce lavoro spazzatura
Pasquale Colizzi
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'E’ come la storia che raccontava il regista Alberto Grifi sul fatto che “guardare la televisione fa aumentare il prezzo del pane”, perché aumentiamo gli ascolti dei programmi che venderanno gli spazi pubblicitari a prezzi più alti ad aziende che spenderanno di più in pubblicità e caricheranno sui prezzi dei prodotti.'
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Presentato in concorso a Cannes 2006 da Richard Linklater (in contemporanea al suo film di nuova animazione A Scanner Darkly), Fast Food Nation ha concentrato subito su di se l’attenzione di molti. Perché quando produce Jeremy Thomas con quel diavolo di Malcom McLaren, il padrino dei Sex Pistols, il risultato è corrosivo. Vedi il classico punk movie The Great Rock’n’Roll Swindle. Poi perché nell’Europa dei sapori autentici (ne siete ancora sicuri?) abbiamo la presunzione di bacchettare l’american way of life appena ce ne sia occasione. In questo caso, nonostante non siamo dalle parti di doc denuncia come Super Size Me né dello stile Michael Moore, il New York Times ha parlato del “film politico più significativo dopo Farehneit 9/11”.
Fast Food Nation è tratto dal bestseller omonimo di Eric Schlosser del 2001 (qui anche sceneggiatore), considerato un tassello fondamentale nella biblioteca della controcultura contemporanea. Perché l’ autore - un giornalista che da anni sforna saggi di denuncia su droga, industria del sesso, immigrazione illegale, lavori sottopagati, prossimamente sul sistema carcerario Usa – nella sua inchiesta aveva analizzato tutta la filiera dell’industria dei fast food. Elaborando un’analisi preoccupante ed esaustiva che accostava cifre e dati a storie vere. La tesi del film quindi – “Qui non è buoni contro cattivi. Si tratta di capire che è la macchina economica che controlla tutto il paese” – utilizza la fiction e un cast foltissimo per parlare di una questione enorme, che varca i confini statunitensi.
S’inizia dalla parte più antipatica del problema: Mickey’s, una immaginaria corporation dei fast food. Signori seduti intorno ad un tavolo commentano dati, propongono nomi accattivanti, cercano di accaparrarsi sponsor che attirino bambini, comprano in laboratorio essenze da mischiare agli ingredienti. Fare tanti soldi (condivisibile o meno) resta il loro unico obiettivo. Ma sono lontani anni luce dal comprendere e controllare la filiera di produzione che rende corposi i loro dividendi. Finchè una ricerca indipendente non svela che l’ hamburger nel loro panino di punta, il Big One, è fortemente contaminato. Di che? Di merda. Succede spessissimo nella realtà dei fatti. Loro spediscono in Nevada un executive, Don Henderson (Greg Kinnear), per indagare. L’azienda si rifornisce di carne dai macelli della zona, imprese potentissime che hanno espulso i vecchi contadini e detengono mall impressionanti, recinti estesi per ettari dove centinaia di migliaia di bovini da macellare hanno contaminato terreno e acque a forza di escrementi. E ci vivono dentro.
Ma l’industria prolifera anche grazie agli immigrati irregolari messicani (prelevati al confine da trafficanti americani) disposti a lavorare molto e senza lamentarsi. Anche quando le norme igieniche e di sicurezza sono sacrificate alla velocità del ciclo. Incidenti e mutilazioni sono all’ordine del giorno. Merda e morte, insomma. Poi viene la catena di fast food, che acquista carne a 80 cent al kilo, pratica prezzi bassi, impiega giovani (o meno) con stipendi da fame. Tutto il resto sono incassi che ingrosseranno i dividendi di quelli seduti intorno al tavolo della sede californiana. Mentre le nuove generazioni statunitensi sono state scalzate dagli scandinavi nella classifica dei più alti del mondo e sono al primo posto per obesità e fisico “a pera”.
Tantissimi gli attori che hanno partecipato al progetto con una piccola parte. Patricia Arquette è una ragazza madre esuberante, che mangia cibi surgelati ed è intimamente disillusa. La figlia Ashley Johnson, che fa la commessa da Mickey’ s, trova il coraggio di lasciare quel lavoro e si unisce ad un gruppo di attivisti ambientalisti (con Avril Lavigne). La coscienza critica ha il volto accattivante del giovane zio Ethan Hawke. Poi c’è la sfortunata coppia di messicani Catalina Sandino Moreno e Bobby Cannavale. Tra gli altri due strepitosi cammeo: Bruce Willis, spregiudicato intermediatore che fa un apologo dell’”hamburger alla merda” e Kris Kristofferson, un ex allevatore strozzato dal gioco duro delle grandi aziende della macellazione a caccia di prezzi stracciati. Linklater è stato bravo ad orchestrare le storie parallele e dimostrare senza pedanti lezioncine quanto tutti siamo coinvolti in un ciclo che ignoriamo: le lobby della politica, gli sfruttatori del lavoro, quelli che ci vendono consapevolmente la spazzatura e si arricchiscono. L’anello debole, ca va sans dire, è il cittadino consumatore/lavoratore. E’ come la storia che raccontava il regista Alberto Grifi sul fatto che “guardare la televisione fa aumentare il prezzo del pane”, perché aumentiamo gli ascolti dei programmi che venderanno gli spazi pubblicitari a prezzi più alti ad aziende che spenderanno di più in pubblicità e caricheranno sui prezzi dei prodotti. Semplice! Se non boicottiamo quei prodotti usciti da catene produttive “indecenti”, quelli diventeranno sempre più grossi imponendo i loro prodotti e la loro concezione del lavoro. E ci fregheranno sempre di più, in maniera esponenziale.
pasquale.colizzi@fastwebnet. it
Fast Food Nation recensione l'Unità
- Gianluca Ricciato
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