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GLI ANIMALI CATTURATI DIVENTANO MANGIME, «CATENA ALIMENTARE CONTAMINATA»
Le reti restano vuote
In tavola il pesce cresciuto in batteria
Dal mare solo la metà del consumo mondiale
La Fao: rischi per la salute e per l’ambiente
13/9/2006
di Hervé Morin
L’acquacoltura, ossia l’allevamento del pesce in grandi vasche, potrà prendere il posto della pesca tradizionale, quella effettuata da battelli più o meno grandi, che da 20 anni segna il passo? La questione è cruciale per l’approvvigionamento di proteine e acidi grassi (Omega 3) della popolazione mondiale.
Ormai, come rivela un rapporto della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione, la metà del pesce consumato in tutto il mondo è allevata in fattorie acquatiche e non più catturata in mare aperto. Le proiezioni mostrano che se si vorrà mantenere il consumo per abitante al livelo attuale - 12 chili all’anno in media - bisognerà ricavare 40 milioni di tonnellate supplementari dall’acquacoltura entro il 2030. Il che significa raddoppiare la produzione.
Una crescita esponenziale
Lo scopo è quello di fare dell’acquacoltura - che dipende dalla pesca in mare per la fornitura di farina di pesce indispensabile agli allevamenti - un’attività durevole. «È impossibile immaginare l’avvenire dell’acquacoltura senza far riferimento alla pesca, e viceversa» spiega André Gerard, responsabile per l’acquacoltura all’Ifremer, l’Istituto francese della ricerca marina.
La crescita dell’acquacoltura è stata rapida. Nel 1980 solo il 9% del pesce consumato in tavola veniva dagli allevamenti. Oggi è il 43%, percentuale che corrisponde a un consumo di 45,5 milioni di tonnellate all’anno, per un valore commerciale di 50 miliardi di euro.
La Cina è in gran parte responsabile di questo boom. Da sola produce il 70% del pesce allevato nel mondo, al quale bisogna aggiungere il 22 per cento che proviene da altre regioni dell’Asia, contro solo il 3,5% dell’Europa. Il pesce copre solo la metà degli allevamenti, l’altra metà è costituita da molluschi e crostacei. La Cina è il Paese leader per l’allevamento in acqua dolce, con una predilezione per le carpe.
Mari esauriti
La pesca tradizionale, invece, è stabile da vent’anni, con circa 900 milioni di tonnellate annue, e con una minore presenza in tavola a profitto di bistecche e affini. Nel 2004 la Fao stimava che molte zone di pesca si stavano progressivamente esaurendo, e questo è il problema. «La flotta attuale è sovradimensionata - spiega Philippe Gros dell’Ifremer - e ciò mette in pericolo la sua redditività, con conseguente concorrenza selvaggia tra pescatori e diminuzione del pesce in mare. Anche per questo la Fao incoraggia l’allevamento, senza però essere certi che questo possa costituire un rimedio efficace. Perchè in media servono da 3 a 4 chili di pescato, trasformato in farina destinata agli allevamenti, per ottenere un chilo di salmone d’allevamento, e due chili per un chilogrammo di gamberetti. E così rischiamo di svuotare gli oceani per riempire gli allevamenti...
Per fare un esempio, il pesce più catturato al mondo, l’acciuga del Cile, è quasi interamente destinato a divenire farina e olio per gli allevamenti. E su 22 milioni di pescato dopo la trasformazione restano solo sei milioni di tonnellate di farina e un milione di olio. Se in passato il grosso di questa trasformazione serviva a rifornire allevamenti di polli e maiali, oggi l’acquacoltura è prioritaria: il 53 per cento dell’offerta mondiale di farina di pesce finisce lì, e si sale all’87 per cento per l’olio. Ormai si è in grado di far mangiare farina vegetale a pesci carnivori d’allevamento, ma ci sarà sempre bisogno dell’olio negli ultimi mesi di crescita: serve a dare più gusto a un pesce che altrimenti non reggerebbe il confronto con quello pescato. E serve anche per preservare la giusta dose di Omega 3, che ne fa l’interesse dal punto di vista nutrizionale.
I rischi
Poi c’è l’aspetto sanitario ed ecologico. La Fao nota che gli antibiotici non sono sempre stati usati in maniera responsabile. E se a livello mondiale l’acquacoltura rappresenta solo lo 0,1 per cento di fosfati e di azoto versati nell’oceano, rispetto all’agricoltura e agli scarichi di fogna, in Norvegia, Paese leader negli allevamenti, questa percentuale sale al 55%.
I prodotti contaminati che già si trovano nell’oceano sono a loro volta fonte d’inquietudine. Mari inquinati come il Baltico ospitano pesce contaminato che può entrare nella catena alimentare sottoforma di farina per alimenti.
Lo sviluppo dell’acquacoltura vicino alle coste si presta a conflitti d’uso con la pesca, l’industria, il turismo. L’allevamento di pesci è già oggi responsabile della distruzione del 10% delle mangrovie tropicali. In Francia, dove lo spazio per questo genere di attività è scarso, gli allevamenti sono pochi e la produzione modesta: circa 7000 tonnellate all’anno. E anche in Italia per ora la voce non incide.
Per vincere la guerra dello spazio si pensa di prendere il largo, con allevamenti off shore. Ma è un metodo costoso che presuppone ingenti mezzi industriali. E difficilmente si potranno vedere grandi progressi prima di una ventina d’anni. Un’altra soluzione sarebbe quella del pesce nutrito con l’erba. Una strada presa in Cina, ma che non sembra in grado di sedurre i sofisticati consumatori occidentali...
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