Salve a tutti,
mi sono preso un'oretta per leggere tutto quanto. Provo, in latitanza di Marco Valussi, a rispondere velocemente a qualche domanda, premettendo che una cosa è dire che un'azienda lavora metodologicamente bene e fornisce informazioni serie ai suoi clienti ed un'altra è dire che i prodotti che vende sono soggettivamente buoni.
1. Questione dei parametri di contronto per definire la qualità di un O.E. - Premesso che vi state infilando in un canale problematico (vedi sopra: un olio è buono perchè ha soggettivamente un buon profumo o è buono perchè rientra in una categoria preconfezionata astratta ed impersonale decisa da leggi di mercato?), per alcuni oli se non erro esistono delle certificazioni ISO che ne definiscono la qualità commerciale. In Francia l'AFNOR ha fatto questo lavoro per un gran numero di oli (ovviamente non tutti, solo i più comuni). Ad esempio per una lavanda il riferimento è AFNOR Receuil de normes Françaises 1992, 4th Edition; PR NF ISO 3515 Huiles essentielles de lavande - (Lavandula angustifolia P. Miller) T75-301PR19990601: Paris; 1992. In cosa consistono questi parametri: nell'indicazione, per i costituenti principali o caratterizzanti, di un range di contenuto. In altre parole la qualità commerciale (ripeto, non necessariamente coincidente con la gradevolezza soggettiva) è data dalla presenza di Linalolo tra tot e tot, di linali acetato tra tot e tot, dalla presenza di canfora o borneolo non oltre tot, eccetera.
Un elenco credo completo degli oli "parametrizzati" AFNOR lo si trova qui:
http://portailgroupe.afnor.fr/public_es ... cation.pdf. Il problema? Le schede di confronto sono ovviamente a pagamento, perchè rivolte a realtà commerciali e non al pubblico. Ad esempio qui c'è l'elenco delle diverse norme AFNOR per diverse tipologie di oli di lavanda con relativi prezzi
http://tinyurl.com/5j5vyl
Citavo in precedenza ISO, che ha fatto un lavoro analogo spesso in tandem con ANFOR (se non erro alcune norme della prima sono state adottate in toto dalla seconda e/o viceversa) e le cui schede sono disponibili qui:
http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/ca ... mmid=48956
Dato che prima si parlava di Lavanda, la norma ISO corrispondente è la ISO 3515 del 2001 e riporta massimi/minimi e range per 13 costituenti dell'OE ed indica anche in funzione della loro abbondanza un'indicazione della probabile provenienza geografica per le principali aree di produzione o tipologia (L. vera o ibridi, Francia, Bulgaria, Russia, Australia ecc). Ad esempio per L. angustifolia francese i limiti ISO sono 1,8-cineolo, 0–15%; limonene, 0–0.5%; trans-β-ocimene, 2–6%; cis-β-ocimene, 4–10%; 3-octanone, 0–2%; canfora, 0–0.5%; linalolo, 25–38%; linalil acetato, 25–45%; terpinen-4-olo, 2–6%; lavandulolo minimo, 0.3%; lavandulil acetato minimo, 2.0%; alfa-terpineolo, 0–1%
Ovviamente queste operazioni servono a dare uniformità al mercato ed a rispondere ad esigenze commerciali, non a dire "quale è il piu' buono" ed un eventuale dato GC va interpretato e letto. Il confronto che mi viene sempre più facile fare a riguardo è quello con il vino: è un sommelier (o il nostro palato) a dirci quale è la vinificazione o l'annata migliore mentre l'analisi strumentale fornisce indicazioni di altro tipo.
2. Concordo con chi dice che l'azienda prodiga di informazioni sui prodotto è un esempio di serietà. Ad esempio l'abbinamento del GC ai lotti di produzione permette rapidamente di capire quale chemotipo stiamo acquistando, permette agli spignattatori di fare quattro conti su quanto potenziale allergene inseriscono nella loro crema e cosi' via. Purtroppo l'interpretazione precisa di queste informazioni richiede un'esperienza quasi pari a quella di un naso ben allenato (ma "imparziale", oggettivo come può esserlo quello di un bravo sommelier)
3. Questione prezzi e zone d'origine - Non è solo una questione di ricarico del commerciante e di qualità della droga di partenza: in alcune zone del mondo sono possibili economie di scala e tecnologie di produzione che abbassano di molto il costo. Ad esempio un Patchouli distillato dal contadino indonesiano in mezzo alla foresta con un distillatore di ferro scaldato a legna avrà un costo molto maggiore di quello ottenuto su scala industriale o semi-industriale in Malesia o in Cina. E molto probabilmente sarà pure di peggiore qualità (non per colpa della materia prima). Allo stesso modo un olio distillato sulle Ande per problemi di costo della mano d'opera e di trasporto sarà sempre 5-10 volte più caro di quello prodotto in India.
Anche io sono al confine con quanto mai indispensabili ferie, se non rispondo subito è perchè sono al mare (o disperatamente impegnato a smaltire lavoro)
