Chi l´ha detto che il mercato crea maggiore efficienza?

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silvia caldironi
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Chi l´ha detto che il mercato crea maggiore efficienza?

Messaggio da silvia caldironi » mer ago 08, 2007 11:45 pm

sostenitori dei tagli alla spesa pubblica dimenticano i risultati finali delle privatizzazioni
Chi l´ha detto che il mercato crea maggiore efficienza?


Bruno Bosco*
Che l´Italia abbia un rapporto debito/pil molto alto, in assoluto oltre che relativamente ad altre economie, è pacifico. Che un "declassamento" di tale debito possa, in teoria, indurre aggiustamenti di portafoglio su scala internazionale è possibile. Che ciò induca un rialzo dei tassi d´interesse interni è invece fortemente discutibile, e infatti ciò non è praticamente avvenuto dopo l´abbassamento del rating sui titoli italiani da parte di due colossi del settore.
Infatti gli aggiustamenti di portafoglio dovrebbero essere quantitativamente elevati per produrre l´effetto in questione; il che vuol dire che, in grande misura, essi dovrebbero avvenire senza alcun costo di transazione (tasse incluse) e senza alcun rischio valutario per movimenti fuori dall´area euro. In secondo luogo, anche in presenza di aggiustamenti significativi, l´effetto sui tassi dipende fortemente dalla cosiddetta "struttura per scadenza" del debito e - grazie ad alcune, oculate politiche del passato - i titoli italiani sono in modo preponderante a lungo termine.

Il "declassamento" non porta quindi alcuna nuova freccia all´arco dei sostenitori della politica dell´abbattimento rapido, massiccio (circa 10 punti percentuali, stando all´impostazione generale seguita dal governo) e costi-quel-che-costi del rapporto debito/pil. E non irrobustisce la loro critica alla linea di politica economica implicita nell´Appello degli economisti per la stabilizzazione di quel rapporto.

Lo ha efficacemente argomentato Emiliano Brancaccio (Liberazione, 24 ottobre), il quale ha posto anche la seguente questione chiave: per quale ragione escludiamo che politiche economiche restrittive, quali quelle dei tagli indiscriminati o automatici alla spesa, non esercitino una pressione finale sui tassi di interesse ancora maggiore di quella presuntamene esercitata da quelle politiche più espansive rese possibili dalla linea della stabilizzazione?

Se i mercati incorporano nelle loro aspettative una riduzione della crescita italiana (o anche solo delle sue potenzialità) l´effetto prevedibile sulle aspettative formulate circa l´andamento temporale del rapporto debito/pil e le sue conseguenze sui tassi sarebbe forse ancora più negativo. Quindi, i timori che vengono adombrati dopo il declassamento del debito italiano sono per lo meno esagerati.

Negli attacchi alla linea sostenuta dai sottoscrittori dell´appello vi sono però degli elementi di riflessione che rischiano di passare in secondo piano. Ciò sarebbe un male e, pertanto, proverò a raccoglierli e discuterli per sommi capi.

Un primo elemento è dato dall´attacco alla spesa pubblica cosiddetta "improduttiva", ovvero l´attacco agli sprechi mosso dai critici dell´Appello. Spreco è un uso eccessivo di risorse rispetto al risultato conseguito (spreco di input) o un minor risultato rispetto al livello tecnicamente possibile a parità di risorse impiegate (rinuncia all´output possibile). Temo che il settore pubblico (ma anche quello privato) italiano abbondi di sprechi di questo genere, anche se in moltissimi casi è impossibile definire e misurare input e output. Non voglio fare degli esempi perché la mia argomentazione procede dando ragione alla tesi critica dell´Appello e quindi assumo che sia così.

Non ne ricavo però una ragione a favore di tagli automatici. Se un contadino scoprisse che alcuni cani dormono mentre le faine gli rubano le galline, non gli servirebbe a nulla ridurre automaticamente il numero totale dei cani e, men che meno, quello delle galline. La cosa migliore da fare sarebbe quella di ristudiare il rapporto efficiente tra cani e galline dati i pollai da sorvegliare, e magari incentivare i cani a stare svegli.

Per i grandi istituti del welfare italiano le cose stanno, fuor di metafora, negli stessi termini. Proporre tagli senza un´idea accurata su input, tecniche ed output, motivandoli con la riduzione del rapporto debito/pil, significa rovesciare il rapporto tra obiettivi e vincoli in un processo di massimizzazione. I vincoli all´azione pubblica non possono trasformarsi in obiettivi: prima si definisce cosa vogliamo che diventino (o che rimangano) i grandi istituti del welfare e poi, tenendo conto anche in senso intertemporale dei vincoli finanziari, valutiamo in che misura possono essere ottenuti gli obiettivi.

Pensano forse i critici dell´appello che il mercato soddisferebbe meglio le esigenze rispetto a come può farlo l´azione pubblica? Ovvero che il government failure sia più costoso del market failure? Forse i critici pensano che i trasporti locali miglioreranno se metteremo all´asta le concessioni? Che giudizio danno i critici dei risultati finali delle privatizzazioni di tutte o quasi le grandi utilities pubbliche italiane? Perché non avviamo una discussione su queste cose?

In secondo luogo i critici chiedono tagli cosiddetti strutturali subito, ovvero in finanziaria. Non li si può accontentare perché la legge finanziaria non è lo strumento adatto allo scopo. La finanziaria dovrebbe prima o poi tornare ad essere lo strumento che nelle intenzioni dei legislatori del 1978 doveva essere, ossia un puro e semplice ponte tra un bilancio dello stato e quello dell´anno successivo. Adesso è l´atto fondamentale della politica economica di breve termine, ma ciò è un male.

Mi spiego: supponiamo di aver già fatto il lavoro analitico di cui parlavo sopra. La fase attuativa deve procedere attraverso strumenti di legislazione ordinaria, come fatto nel 1995, nel bene o nel male, per le pensioni. Fare i tagli strutturali in finanziaria significa far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, ovvero mettere il vincolo di bilancio al primo e forse unico posto e sottomettere l´azione parlamentare all´assillo dell´esercizio provvisorio.

In terzo luogo i critici sembrano sottovalutare le esigenze di redistribuzione del reddito della fase attuale. Purtroppo anche una parte di spesa "improduttiva" serve a tale scopo e se la eliminiamo dalla sera alla mattina comprimiamo ancora di più anche molti consumi popolari, quelli fatti da persone che consumano prevalentemente beni di produzione nazionale e non concorrono a peggiorare la bilancia commerciale. Imposte, spesa assistenziale e tariffe vanno certamente riviste e nessuno chiede un aumento generale della pressione fiscale per finanziare trasferimenti a chi non ne avrebbe diritto. Anche in questo caso, però, e tenendo conto dell´impatto redistributivo delle eventuali manovre, occorre applicare il metodo della valutazione analitica e di merito, istituto per istituto, e non quello dei tagli automatici.

Più in generale, tra gli economisti che contestano l´Appello sembra prevalere l´idea che uno spostamento generalizzato di risorse dal settore pubblico (variamente inteso) a quello privato sia cosa utile alla crescita, perciò ben vengano persino i tagli. Penso che il nodo vero sia questo ed è un male che resti inespresso. Anche in questo caso bisognerebbe avere la serenità per avviare un confronto nel merito. Per fare riforme utili alla crescita occorrono tempo, risorse e capacità di direzione. La politica dell´abbattimento del rapporto debito/pil non ci fornisce né l´uno né le altre.

Se si cercasse di forzare una politica di revisione strutturale dell´azione del settore pubblico dentro la gabbia delle politiche di bilancio restrittive si otterrebbe solo conflittualità sociale. L´opzione offerta dalla proposta di stabilizzazione del rapporto debito/pil appare invece più adatta perché ci dà il tempo necessario per correggere ciò che va corretto dell´azione pubblica, non ci toglie le risorse da usare per lo sviluppo e la redistribuzione e ci dà la possibilità di valutare senza pregiudizi in quali termini costruire il rapporto tra settore pubblico e settore privato.

*Università di Milano Bicocca

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