Condividere, che fatica
Inviato: ven mag 06, 2005 10:08 am
“E' tutto mio!”. E' la prima dichiarazione di proprietà di un bambino. L'espressione di una certezza confermata ogni giorno dalla comprensione che i genitori sono disposti ad offrire. Quello della condivisione è un concetto difficile da comprendere e da vivere. Per i primi quattro o cinque anni di vita tutto ruota intorno al suo piccolo io, gli altri non esistono. Non per egoismo, ma per una forma di rapporto con il mondo che segna la prima infanzia e che viene comunemente e sinteticamente definita “egocentrismo infantile”. Ecco perché di fronte ad una strenua resistenza del piccolo al nostro invito alla condivisione è spesso inutile insistere, persino controproducente rimproverarlo o punirlo: imparare a stare con gli altri richiede “allenamento”.
Ogni bimbo ha i suoi tempi ed anche i ritmi di sviluppo di questa prima fase della crescita cambiano da individuo a individuo. Per tutti, comunque, si tratta di un percorso progressivo, non privo di difficoltà. Si tratta infatti di abbandonare la rassicurante posizione di centralità dominante, per accettare il confronto, la condivisione e le regole comuni. Difficile, ad esempio, pensare di giocare con gli altri pretendendo di continuare a considerare tutto proprietà personale. Quando si sta con gli altri il ritornello “mio, mio” finisce presto per perdere il valore di frase magica che trasforma il desiderio in una conquista già acquisita. Maggiori saranno le occasioni di confronto, più rapidamente il bambino svilupperà la propria capacità di socializzazione. I bambini devono, quindi, poter incontrare altri bambini, perché è giocando che un bambino impara a convivere con altri bambini e, quindi, a crescere.
Ai genitori spetta il compito di creare le occasioni giuste, di far frequentare ai figli parchi, ludoteche e case di amici. Ma non solo. Un bambino impara a rapportarsi con gli altri bambini osservando come noi ci rapportiamo con gli altri adulti. Se il nostro atteggiamento, frequentando i genitori che incontriamo al parco o davanti alla scuola è di fiducia e di apertura, il bambino si porrà nei confronti degli altri bambini con la stessa disponibilità. Al contrario, le nostre incertezze e le nostre chiusure possono insospettire il piccolo che tenderà, come noi, ad aprirsi all'esterno con titubante fiducia.
In questa fase dello sviluppo cognitivo e sociale è anche molto importante osservare il bambino mentre gioca con i coetanei: permette di capire quali siano le caratteristiche del suo carattere e di individuare eventuali difficoltà nell'approccio con gli altri. Attenzione, però, a fare una corretta valutazione dei bisogni. Il rischio è di scambiare per aggressività la normale esigenza di misurarsi con gli altri bambini, per timidezza la normale titubanza ad affrontare una situazione nuova, per egoismo la normale gelosia per le proprie cose. E di intervenire quindi in modo inopportuno. I genitori devono rimanere ai margini del gioco, spettatori attenti ma discreti. Devono essere i bambini a risolvere i primi dissidi, le prime liti, le prime baruffe. Solo quando il conflitto è sul punto di trasformarsi in uno scontro di forza i genitori devono intervenire proponendo soluzioni di mediazione, mostrando la possibilità di riappacificazione e di condivisione. Imparare a giocare con un altro bambino vuol dire “mettersi in gioco”, essere disponibile a conoscere gli altri, a rispettare gli altri, a scontrarsi con gli altri. Vuol dire imparare a condividere tempi, spazi, giochi e regole. Vuol dire imparare a stare con gli altri attraverso un percorso che non è sempre lineare, che passa attraverso fasi alterne di timidezza e di sicurezza ma che richiede sempre, da parte nostra, discrezione e rispetto.
Tratto da newsletter Chicco Artsana 12m
Ogni bimbo ha i suoi tempi ed anche i ritmi di sviluppo di questa prima fase della crescita cambiano da individuo a individuo. Per tutti, comunque, si tratta di un percorso progressivo, non privo di difficoltà. Si tratta infatti di abbandonare la rassicurante posizione di centralità dominante, per accettare il confronto, la condivisione e le regole comuni. Difficile, ad esempio, pensare di giocare con gli altri pretendendo di continuare a considerare tutto proprietà personale. Quando si sta con gli altri il ritornello “mio, mio” finisce presto per perdere il valore di frase magica che trasforma il desiderio in una conquista già acquisita. Maggiori saranno le occasioni di confronto, più rapidamente il bambino svilupperà la propria capacità di socializzazione. I bambini devono, quindi, poter incontrare altri bambini, perché è giocando che un bambino impara a convivere con altri bambini e, quindi, a crescere.
Ai genitori spetta il compito di creare le occasioni giuste, di far frequentare ai figli parchi, ludoteche e case di amici. Ma non solo. Un bambino impara a rapportarsi con gli altri bambini osservando come noi ci rapportiamo con gli altri adulti. Se il nostro atteggiamento, frequentando i genitori che incontriamo al parco o davanti alla scuola è di fiducia e di apertura, il bambino si porrà nei confronti degli altri bambini con la stessa disponibilità. Al contrario, le nostre incertezze e le nostre chiusure possono insospettire il piccolo che tenderà, come noi, ad aprirsi all'esterno con titubante fiducia.
In questa fase dello sviluppo cognitivo e sociale è anche molto importante osservare il bambino mentre gioca con i coetanei: permette di capire quali siano le caratteristiche del suo carattere e di individuare eventuali difficoltà nell'approccio con gli altri. Attenzione, però, a fare una corretta valutazione dei bisogni. Il rischio è di scambiare per aggressività la normale esigenza di misurarsi con gli altri bambini, per timidezza la normale titubanza ad affrontare una situazione nuova, per egoismo la normale gelosia per le proprie cose. E di intervenire quindi in modo inopportuno. I genitori devono rimanere ai margini del gioco, spettatori attenti ma discreti. Devono essere i bambini a risolvere i primi dissidi, le prime liti, le prime baruffe. Solo quando il conflitto è sul punto di trasformarsi in uno scontro di forza i genitori devono intervenire proponendo soluzioni di mediazione, mostrando la possibilità di riappacificazione e di condivisione. Imparare a giocare con un altro bambino vuol dire “mettersi in gioco”, essere disponibile a conoscere gli altri, a rispettare gli altri, a scontrarsi con gli altri. Vuol dire imparare a condividere tempi, spazi, giochi e regole. Vuol dire imparare a stare con gli altri attraverso un percorso che non è sempre lineare, che passa attraverso fasi alterne di timidezza e di sicurezza ma che richiede sempre, da parte nostra, discrezione e rispetto.
Tratto da newsletter Chicco Artsana 12m