Sabbia

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Gianluca Ricciato
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Messaggio da Gianluca Ricciato » mer apr 22, 2009 11:54 pm

Oggetto: Saviano
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In Gomorra, Saviano ci aveva avvertito che le case degli Abruzzesi erano piene di sabbia.

Davvero toccante rileggere ora, dopo la tragedia in Abruzzo, le parole di Saviano nel libro "Gomorra". Aprite a pagina 236 e leggete:

"Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz'Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova."

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L'Aquila e gli avvoltoi

Messaggio da Gianluca Ricciato » gio apr 23, 2009 12:15 am

Il Tg canta vittoria perché grazie al terremoto hanno battuto tutti gli ascolti. Trallallerollà.

dal blog di Jacopo Fo


Sconcertante?
Sentite che bella sfilza di numeri elencati con l'entusiasmo dei vittoriosi.
Al tg1 sono sensibili alle disgrazie umane come i sassi?
Oppure era solo amore per la statistica? Robe da fantascienza. Il giornalismo catastrofista rende. Fra un po' si dirà: "Quello è felice come il direttore del tg1 dopo una strage".
Secondo me a certe persone gli puzzano i piedi in modo speciale.

http://www.jacopofo.com/giornalismo_dop ... 1_avvoltoi

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Ma io per il terremoto non dò neanche un euro

Messaggio da Gianluca Ricciato » gio apr 23, 2009 1:02 am

"Ma io per il terremoto non do neanche un euro..."

editoriale del direttore di Marsala.it

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.


Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

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Video: intervista Le iene in luoghi del terremoto

Messaggio da Gianluca Ricciato » sab mag 09, 2009 1:43 am


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Re: Sabbia

Messaggio da Gianluca Ricciato » sab gen 09, 2010 5:51 pm

(dalla mailing list GASBO - Gruppo d'acquisto Bologna)


ciao a tutti,
seguo tramite alcune newsletter e mailing list la situazione a l'aquila.
Negli ultimi giorni sono arrivate diverse segnalazioni sulle ben note C.A.S.E. (o casette di berlusconi come le chiamano a L'Aquila): pioggia all'interno, congelamento delle tubazioni - quindi mancanza del riscaldamento - rotture dovute al vento, etc., insomma il segno che la qualità di abitazioni costate 170.000 € l'una allo stato nasconde qualcosa sotto...
Mi sento in dovere di far girare più possibile queste informazioni, se non altro per dovere di cronaca visto che quello che si è sempre sentito in televisione sull'argomento è di tutt'altro tenore....
magari in questi giorni si ha più tempo per vedere questi brevi ma eloquenti video (su youtube ce ne sono anche altri), eccone i link:


http://www.inabruzzo.com/mediagallery.php?id=196

http://www.youtube.com/watch?v=srcPFLHvmig

http://www.youtube.com/watch?v=uFJvsJQpH44

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COMANDO E CONTROLLO - docufilm

Messaggio da Gianluca Ricciato » mer giu 02, 2010 1:31 am

COMANDO E CONTROLLO - docufilm

La protezione civile, gli scandali, la nuova gestione militare e autoritaria, la sospensione della democrazia nei mesi successivi al terremoto, i nuovi assetti di potere, i disastri come occasione di sciacallaggio economico dei poteri forti.

"Definisco 'capitalismo dei disastri' questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato."


(The shock doctrine, Naomi Klein)



http://www.shockjournalism.com/blog/?page_id=182



COMANDO E CONTROLLO


un film di Alberto Puliafito, prodotto da Fulvio Nebbia


iK Produzioni

montaggio di Vincenzo Cicanese
riprese Alberto Puliafito, Fulvio Nebbia, Luca Cococcetta, Manolo Luppichini, Bruno Bonanno
voci narranti Elisa Galvagno, Alberto Puliafito
montaggio del suono e mix Davide Favargiotti
colorist Michele Ricossa

musiche Antonello Ciccozzi e Alessandro Zangrossi

la canzone “Accadde” è di Anonima Crew feat. Mary

COMING SOON, 6 Aprile 2010




Il Trailer


http://www.youtube.com/watch?v=qhB8qGbC ... r_embedded#!





“Comando e Controllo”, la gestione de L’Aquila oltre il velo della fiction


Un docufilm racconta l’operazione mediatica e di potere della tragedia del terremoto


Comando e controllo. Queste due parole non sono un titolo qualsiasi per un docufilm che racconti la deriva autoritaria della gestione del potere in Italia attraverso le emergenze e le trasformazioni avvenute, negli ultimi anni, nel Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.
Comando e controllo non sono parole a caso, ma il nome scelto per il quartier generale della Protezione Civile: Direzione Comando e Controllo. «E, come si sa, a certi livelli le parole da usare sono sempre studiate nei minimi particolari» commenta Alberto Puliafito, regista del docufilm (iK produzioni), reduce dal successo del documentario diaristico Yes We Camp, presupposto ideale per Comando e Controllo – uno stato in emergenza.
Alberto e Fulvio Nebbia, produttore del docufilm, avrebbero avuto l’imbarazzo della scelta su dove presentare, in Italia, il loro lavoro, soprattutto avvicinandosi il primo anniversario del terremoto che ha distrutto L’Aquila. Hanno però deciso di presentarlo oltreoceano, a New York, il prossimo 6 aprile, presso il Global Studies of the Eugene Lang College, tra la quinta e la sesta strada, in piena Manhattan. Alla proiezione del film, seguirà un dibattito al quale, oltre ad Alberto e Fulvio, parteciperanno Anna Di Lellio, «aquilana trasferita negli Usa», come ama definirsi, sociologa, giornalista e consulente delle Nazioni unite per le aree di crisi e di emergenza, e Alexander Stille, scrittore e giornalista del New Yorker, nonché corrispondente de La Repubblica.
Il motivo che ha portato regista e produttore di Comando e Controllo a lasciare l’Italia proprio nei giorni del “ricordo” de L’Aquila, è «per non dividere in un momento in cui è giusto stare tutti insieme nel ricordo» spiega Alberto. Già, perché Comando e Controllo tutto è fuorché un’opera che unisce. Siamo certi che anche questo docufilm, come avvenuto per Yes We Camp, non avrà vita facile, come dimostra il fatto che, ad oggi, a poche ora dalla sua anteprima mondiale, non ha ancora nessun accordo con alcuna casa di distribuzione.
In fondo, non c’è da sorprendersi visto che in Comando e Controllo non viene risparmiato nessuno: si parte dalla fiction, interpretata da Bertolaso & Co., della riunione, in data 1 aprile 2009, della Commissione Grandi Rischi in cui venne detto agli aquilani, spaventati dalla scossa di magnitudo 4 della precedente, di stare tranquilli e di bersi un bel bicchiere di Montepulciano; si passa attraverso la «vacanza a spese dello Stato», come disse Berlusconi agli sfollati mandati negli alberghi sulla costa dopo il sisma e si arriva alla consegna non delle case, come raccontato da Vespa, ma delle “C punto A punto S punto E punto”. C.A.S.E. Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili. Tutto questo è stato il cosiddetto “Miracolo aquilano”. Peccato, però, che la fiction anziché terminare con gli aquilani, ormai lobotomizzati dal comando e dal controllo esercitato dalla Protezione Civile, termina con il “popolo delle carriole” che forza la zona rossa, entra in piazza Palazzo e, con secchi e pale, inizia, dopo nove mesi, a ripulire il centro de L’Aquila dalle macerie.
Un finale a sorpresa, non tanto per lo spettatore del docufilm, quanto per chi, con il metodo Augustus, ha teorizzato come portare a termine la “conquista” di un intero territorio moralmente e fisicamente provato da una tragedia, come appunto un terremoto.
«Perché in fondo» spiega Alberto Puliafito, che per girare Comando e Controllo ha vissuto otto mesi a L’Aquila, prima in tenda, poi ospite di una famiglia che aveva costruito nel proprio cortile delle case in legno, «il terremoto del 6 aprile 2009 altro non è stato che la scintilla per dar vita alla “schock economy”». In fondo, il Piano C.A.S.E. era già pronto in un cassetto. In fondo «altro non è che una “Milano 2” pronta all’uso: quello che mancava, era solo una tragedia che, per fortuna di qualcuno, è arrivata il 6 aprile 2009».
Nel film si susseguono volti e parole, tutte unite da un filo conduttore che possiamo racchiudere in un’unica frase: «la realtà è un’altra cosa, non è quello che fanno vedere alla tv». Una frase valida per ogni frame di telegiornali o di programmi come Porta a Porta. Gli aquilani, stanchi dal Comando e Controllo nelle tendopoli, dove non si potevano fare volantinaggi o tenere assemblee, era vietato bere caffè o mangiare cioccolato in quanto sostanze “eccitanti”, spiegano la frustrazione nel vivere non in una tenda, ma in un set televisivo. È così che il manuale teorico della Protezione Civile “nuovo corso”, fatto di appalti e grandi opere, di grandi eventi e grandi emergenze, ha trovato applicazione. È L’Aquila che, in pochi mesi, da scenario di una grande emergenza, il terremoto, si è trasformata in sede di un grande evento, il G8.
Così, Comando e Controllo, per tutta i settanta minuti di durata, è il luogo in cui all’informazione si contrappone la controinformazione. Quella scritta, fotografata, ripresa, raccontata dagli aquilani stessi. Alcune parole chiave si ripetono, martellanti: costa, tende, cavie. Altre si sentono sfumate, in lontananza, ma opprimono: esercito, militarizzazione. «Perché vivere sei mesi in una tenda è una tragedia» racconta una sfollata. «Viverne sei in un albergo» risponde un altro sfollato «è un dramma». È così che si distrugge il tessuto sociale di un territorio, disperdendo quella che una volta era una comunità. È così che si infantilizza chi avrebbe bisogno di aiuto per far si che da quell’aiuto si diventi dipendenti.
Alla fine una domanda: come si fa a combattere un sistema gestito da un santo, San Guido da Bertolaso? Per questo, dal film, quella che può sembrare una semplice coincidenza agli occhi meno attenti, assume valore di momento di svolta: a fine gennaio la Protezione Civile lascia L’Aquila. Nell’ultima domenica di febbraio 6mila cittadini, come risvegliati, si vanno a prendere le macerie delle loro case. Perché “L’Aquila si può ricostruire in comune” recita uno striscione. “Smaltiamo i commissari, ricicliamo le macerie” risponde un altro lenzuolo trasformato in dazebao. Il tutto mentre la folla urla «3e32, io non ridevo».
Ma quella raccontata in Comando e Controllo non è una storia che riguarda solo L’Aquila: «è la storia» spiegano Alberto Puliafito e Fulvio Nebbia «di un modello di gestione del potere autoritario, ma dal volto gentile, che si sta imponendo in Italia». Un potere che può agire in deroga alle leggi dello Stato in ogni campo. «Un potere assoluto» spiega Alberto, mutuando il titolo del libro-inchiesta del giornalista Manuele Bonaccorsi «che sta rapidamente e silenziosamente erodendo spazi importanti di democrazia». Un modello già riproposto a Chiaiano e in Val di Susa, riproponibile sullo Stretto di Messina o per far sorgere in ogni angolo del paese centrali nucleari. Un modello sperimentato per i G8. Riproponibile per l’Expo di Milano.

Daniele Nalbone

06/04/2010


http://www.liberazione.it/news-file/Com ... iction.htm

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