Molto delicato questo tema, e mi interessa in modo particolare perché mi sto informando sulla pedagogia antroposofica e sulla scuola steineriana della mia città e mi aveva colpito questo discorso del non insegnare concetti astratti e quindi la lettura al bambino.
Premetto che non sono affatto una specialista né di pedagogia, né di neurologia, sono solo una mamma che cerca di avere un approccio critico e aperto all'educazione di suo figlio.
La prima cosa che mi colpisce è l'idea che a differenza dell'immagine la parola scritta sia astratta, e che il bambino di 3 anni non sia ancora intellettualmente maturo per gestire l'astrazione.
Ripeto, non ho conoscenze scientifiche in merito, ma a me pare che il bambino che maneggi la parola ed il linguaggio si stia già rapportando in modo naturale ai concetti e all'astrazione. A 3 anni un bambino non conosce solo parole (che già secondo me sono astratte quanto i segni disegnati) che si riferiscono direttamente ad un oggetto ma maneggia un insieme di concetti, di funzioni (aggettivo, verbo, soggetto, complemento, pronome, nome, avverbio...) e tutte le loro interrelazioni strutturate in un sistema che gli permette di comunicare bisogni ed emozioni, di descrivere il reale o quello percepito come tale, di immaginare qualcosa che non ha davanti agli occhi, di maneggiare nozioni di tempo, spazio, paragoni, negazione, io/tu/noi/lui ecc.
Lo stesso tramite le immagini, bastano 2 tratti per fare riconoscere ad un bambino un elefante o una pecora (per fortuna, perché le mie doti in disegno sono proprio scarse...

), e mio figlio passa il tempo ad interpretare segni, forme e disegni spontanei e naturali (spirali nel disegno del legno sono lumache, la leva della macchina da cucire è la proboscide di un elefante, i pali di illuminazione dell'autostrada sono candele, le nuvole celano draghi e cavalette, screpolature nella vernice evocano un ragno...)
Insomma, a me non risulta che il bambino sia così impreparato all'astrazione, e non mi pare che il segno scritto sia più astratto di altri segni, parole o immagini.
Sull'apprendimento spontaneo, sono dall'idea, molto rassicurante per un genitore, che il bambino ha in sé moltissime risorse e raggiungo Sole sull'importanza del rispetto dei ritmi del bambino, delle loro sorprendenti capacità ad imparare e capire e anche a me dà un enorme fastidio sentire gente (che spesso di figli non ne ha o non li guarda) parlare ai/dei bambini come fossero scemi/scimmiotte, sempre ad infantilizzare e semplificare tutto. Concordo sulle cose che imparano spontaneamente: non c'è bisogno di girello per insegnare ad un bambino a camminare, anzi non c'è proprio bisogno di insegnarglielo. Così come ho evitato di "metterlo seduto" a giocare prima che fosse capace di raggiungere da solo questa posizione e di cambiarla... e si è messo seduto da solo, spontaneamente... insomma esempi di questo tipo ce ne sono a bizzeffe.
Laddove però non sono d'accordo è quando si sottintende che questo modo spontaneo di imparare sia indipendente da noi genitori. Penso che i bambini imparino, come detto da Davide, dalla relazione, e secondo me, dall'imitazione. Quindi i genitori c'entrano eccome, e l'immagine del bosco selvaggio è forse molto poetica ma non la faccio mia. Un conto è cercare di dare loro il più possibile l'occasione di scegliere, di manifestare gusti e preferenze, di rispettare i loro ritmi e dare loro l'occasione di fare ed essere da soli. Ma a me piace l'idea di trasmettere a mio figlio un insegnamento (non è per forza una brutta parola!) di un certo tipo (e i valori educativi appena citati ne sono appunto, un esempio), di cercare di condividere con lui dei miei interessi (poi, rispetto il suo seguirmi o non seguirmi in quella strada ma intanto gliela propongo): a mio figlio faccio scoprire (tastare, gustare, udire, capire...) la natura (semplicemente andando in mezzo ad un prato e lasciandolo indugiare da solo, poi l'uccello lo sente subito ma se gli dico che è un picco è contento), la musica (poi ha le sue canzoni o i suoi strumenti preferiti, e quando canta si accompagna spontaneamente battendo il ritmo sulla pentola ma intanto canta ed ascolta quello che gli propongo io e un bambino africano o persiano avrà un approccio ritmico diverso), la lettura non nel senso stretto di decifrare lettere ma nel senso lato di godere di suoni, immagini, storie, grazie al supporto materiale di un libro, e quando punta il dito sulle parole scritte chiedendo di leggere esattamente quello che c'è scritto lo faccio, e quando mi chiede di scrivere suo nome lo faccio, ecc. Insomma, gli do degli impulsi che lui sceglie di cogliere e approfondire o meno (per esempio io ero una bambina molto acrobatica e lui dopo 3 minuti sul triciclo si stufa subito, non ne vuole sapere... pazienza! io non insisto per farlo salire, ma il triciclo è lì come proposta, e ogni tanto si fa il suo giro di 3 minuti, gran parte del tempo lo ignora). E non ha mai messo le mani nell'olio a motore né sa riconoscere i modelli delle moto perché a me non interessa e che non gli posso dire niente di più che questo è una moto e quello è un autobus. E se da grande vuole imparare la meccanica non glielo impedirò. Ma tramite le cose che a 2 anni e mezzo sa e non sa, fa e non fa, e il modo in cui le fa o non le fa, si riconosce che Victor è nostro figlio e non quello dei vicini di casa e vice versa (niente di personale con i vicini, semplice esempio

), quindi così selvaggio non lo è, nonostante tutto il rispetto che cerco di mettere nella nostra relazione e l'importanza che do alla libertà, all'autonomia, all'autostima, alla conoscenza di sé, al rispetto dei ritmi e della crescita.
Invece non mi piace l'idea di insegnare sistematicamente, con un metodo speciale/scientifico, x minuti al giorno, anche se ridendo e giocando, una qualsiasi cosa a mio figlio di 2 o 3 anni. A me è più quello che dà fastidio. Come vedo che per esempio non gli piacciono ancora i giochi con delle regole precise e determinate (x giocatori, scopo preciso, determinata metodologia..). Un pò come Curry quindi credo che per me la questione non sia tanto cosa si insegna ma come. Penso di avere capito bene che per Davide e Francesca lo scopo non sia di avere a casa un piccolo genio né di sovrastimolare il loro bambino. Ma io non sento la necessità di insegnare a leggere, inteso come insegnamento scolastico, perché anche se fondato sulla relazione, la condivisione, il gioco, sempre di quello si tratta (mi ricordo che sono stata sedotta, quando Victor è nato, dall'insegnamento della lingua dei segni ai bambini, ma che poi anche lì, l'idea di un insegnamento specifico con il metodo descritto in un video non mi è piaciuta molto e poi mi sono reso conto che in parte non è stato necessario applicare quel metodo per comunicare intimamente ed in modo soddisfacente con lui e in parte i segni (nostri, suoi, non per forza del video) li abbiamo anche usati, in modo naturale.) Succede lo stesso con le lingue straniere: a casa ciascun genitore ha la propria lingua, e quelle due non gli vengono insegnate scolasticamente parlando ma fanno parte naturalmente della nostra vita. Io stessa sono cresciuta bilingue quindi canto a mio figlio delle canzoni nella mia seconda lingua ma non gliela insegno perché non è la lingua nella quale vivo principalmente. La sente in vacanza, la sente quando sono al telefono e basta. Così con l'inglese: l'idea di parlare/leggere con lui in inglese per il semplice fatto di insegnarglielo mi sembra folle. Peggio ancora l'idea di metterlo a guardare "video educativi" (a me veramente baby-einstein non dice proprio niente). Poi semmai un giorno andremo a vivere, che ne sò, in Congo, imparerà il lingala giocando per strada
Alla fine in tutto questo dibattito, la mia posizione non è né pro né contro l'approccio precoce alla lettura... forse non è quello il problema. Non vedo questa grande differenza tra mio figlio che impara a camminare in equilibrio sul bordo del marciapiede, a impastare il pane, a misurare 2 bicchieri di farina e 2 di latte per fare le crepes, a pulire il pavimento, a lavarsi i denti, a riconoscere gli animali associati al loro verso, al nome del loro verso, ai cuccioli ecc. oppure i fiori tramite il loro profumo, il loro colore, la loro grandezza ecc. e mio figlio che quando leggiamo insieme o semplicemente quando vede attorno a lui delle parole scritte impara a riconoscerne alcune. Io non insegno a mio figlio a leggere con un metodo, leggo con lui e rispondo alle sue domande spontanee nell'esatto stesso modo in cui in giardino sollevo una pietra per fargli vedere le formiche. Non capisco perché una cosa debba essere talmente diversa dall'altra, in misura tale da dovere essere insegnata con appositi cartelloni per gli uni o considerata nociva dagli altri.
Mi rendo conto di non essere molto chiara... ringrazio le persone che sono arrivate fino alla fine
