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L’allarmante impatto ambientale del perverso allarmismo ecologico. Il caso di Napoli
di Carlo Stagnaro
L’ecologia cattiva scaccia la buona economia. Raramente gli allarmi verdi passano come tempeste estive: più spesso, fondati o no che siano, hanno delle ricadute importanti. Soprattutto politiche: il Parlamento legifera cercando di ottenere l’approvazione dei guru ambientalisti. Questi provvedimenti restano, si sedimentano, imprimono una direzione alle scelte economiche e spesso impongono un costo alla società. Una recente indagine di Angela Logomasini per il Competitive Enterprise Institute ha rilevato che, tra il 1973 e il 2004, l’86 per cento delle leggi ambientali approvate dal Congresso hanno avuto un impatto significativo, il 10 per cento, il 3 per cento di vasta portata: solo l’1 per cento avevano significato simbolico. Uno studio Unice/Federchimica ha fotografato l’escalation dei provvedimenti ambientali nell’Unione europea: tra il 2000 e il luglio 2003 ne sono stati adottati tanti quanti nei dieci anni precedenti. A che pro? Esemplare
il caso dell’elettrosmog (un al lupo al lupo tutto italiano): per gli scienziati non esiste, ma fornisce un pretesto per pagare persone il cui mestiere è misurare i campi elettromagnetici. L’interramento dei cavi – invocato dai guerriglieri anti-inquinamento elettromagnetico – costerebbe, secondo stime di alcuni anni fa, oltre 25 miliardi di euro.
L’esempio più drammatico degli effetti perversi della regolamentazione ambientale è il bando del Ddt, il miglior insetticida contro la zanzara anofele, portatrice della malaria. Il suo abbandono da parte di molti paesi africani a causa delle pressioni occidentali è una delle cause del violento ritorno della malaria: secondo John Luke Gallup e Jeffrey Sachs, se questa malattia fosse stata debellata nel 1965 il Pil africano sarebbe oggi più alto del 40 per cento. La lotta al Ddt fa parte della crociata contro le sostanze chimiche. La direttiva europea Reach, che richiede la registrazione, valutazione e autorizzazione di tutte le sostanze chimiche (comprese quelle che sono in commercio da decenni), potrebbe costare (secondo il Mercatus Center della George Mason University) tra 85 e 250 mila euro per ciascuna sostanza, col rischio di mettere fuori mercato molte piccole e medie industrie chimiche.
Anche la chimica in agricoltura catalizza gli odi verdi.
Senza l’uso di fertilizzanti e antiparassitari, però, a parità di produzione bisognerebbe coltivare molta più terra. Il tossicologo Bruce Ames mette in guardia:
poiché frutta e verdura sono un valido aiuto contro il cancro, “se diventano più care per colpa del minore uso dei pesticidi sintetici, il loro consumo può scendere e il cancro aumenterà”. Recentemente la Corte europea di prima istanza ha ritirato l’autorizzazione al paraquat, un erbicida utilizzato nella coltura dell’olivo in Italia e Spagna, sebbene tale sostanza sia utilizzata da 40 anni e non vi sia evidenza di danni ai consumatori o ai lavoratori. In generale, i rischi vanno messi nella giusta prospettiva: “il consumo medio di caffè – scrive Bjørn Lomborg – risulta 50 volte più rischioso della dose di Ddt cui eravamo esposti prima del bando, e oltre 1200 volte più pericoloso di quella cui siamo esposti oggi, senza scordare che rappresenta un rischio 66 volte maggiore dell’etilentiourea, il più pericoloso pesticida oggi in circolazione” (non è un invito a bandire il caffè, beninteso).
“Qualche volta – dice Gianni Fochi, chimico alla Normale di Pisa – gli allarmi sono fondati: a Marghera, per esempio, forse sarebbe stato opportuno prestarvi maggiore attenzione. Ma spesso si tratta di esagerazioni o invenzioni”. Senza allontanarsi da Marghera, dunque, un conto è denunciare i rischi delle vecchie pratiche utilizzate per produrre il Pvc: altra cosa è prendersela col Pvc in quanto tale. “Il Pvc – aggiunge Fochi – è il grande Satana dei
talebani ambientalisti, pur essendo utile, economico, e generalmente privo di rischi”. Uno dei problemi del Pvc, secondo gli ecologisti, è la produzione di diossina negli inceneritori. Ma davvero la diossina è una minaccia? La diossina è ovunque: deriva dalla combustione del cloro e tra le sue fonti vi sono anche incendi boschivi ed eruzioni vulcaniche. Gli studi epidemiologici mostrano che può essere nociva solo ad altissime concentrazioni. I moderni termovalorizzatori ne prevengono la dispersione nell’ambiente. Possono anche contribuire a risolvere il problema dei rifiuti.
Anche la guerra agli inceneritori è un prodotto del peggiore ambientalismo. I risultati? Leggere, su qualunque quotidiano, un articolo a caso siglato Napoli.
Da Il Foglio, 28 luglio 2007
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