Quello che sta succedendo...
Inviato: ven ott 31, 2008 4:04 pm
Perdonate l'apparente Off Topic, ma da educatore ambientale che lavora con scuole di ogni grado non mi è possibile prescindere da quello che sta succedendo in questi giorni. La privatizzazione definitiva dell'acqua, la riapertuta al discorso nucleare e alle centrali a carbone, le posizioni antikyoto e tutte le altre scellerate posizioni di questo governo contro la nostra Terra sono superate da un'aggressione ancora più profonda: la volontà di rendere gli individui ignoranti e incapaci di contrastare gli interessi privati di chi sta al potere.
Per questo motivo tagliare fondi alle scuole e alle università significa privare un popolo della possiblità di farsi una cultura, lasciando tutto alle scuole private e destinando questi fondi a sostenere la finanza impazzita.
Per questo motivo sarà impossibile far esistere l'educazione ambientale e ogni altro tipo di educazione alla nonviolenza e alla convivenza civile, perchè non ci saranno nè spazi, nè fondi nè soprattutto volontà di far germinare nelle giovani generazioni pensieri differenti ai modelli distruttivi dominanti.
Di seguito alcune importanti notizie circolate in questi giorni sulla mobilitazione nelle scuole e alcune sconcertanti frasi che riguardano questo vero e proprio attacco alla democrazia e alle persone.
Per chi le avesse perse e perchè si capisca la reale portata di quello che sta succedendo.
>>>>>>>>>>>>
Stralcio di una sconcertante intervista di Cossiga che ammette i crimini di Stato compiuti dal suo governo negli anni '70
e detta le linee per la repressione attuale.
Quotidiano Nazionale di giovedì 23 ottobre 2008
"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interni (...).
Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade
e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a
tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i
negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo
di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze
dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze
dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli
tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li
rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a
sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma
le maestre ragazzine sì».
(Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica italiana, Ministro degli Interni nel 1977)
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
La messa in pratica dei consigli di Cossiga. Un drappello di criminali lasciati agire inspiegabilmente dalle forze dell'ordine organizza un'aggressione squadrista prima davanti al Parlamento e poi in Piazza Navona a Roma contro gli studenti. In televisione diventa "uno scontro di comunisti contro fascisti". Si chiama da quarant'anni "strategia della tensione". Raccontata da Curzio Maltese, che in piazza c'era.
Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di Curzio Maltese
Gli scontri di ieri a Roma
30/10/2008
Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che
vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il
mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la
manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo
abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si
sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza
Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici
anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra.
Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni,
misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla
testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un
ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La
polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi
bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti
nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di
essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra.
Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il
capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben
organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica
colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De
Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto
tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci.
"Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il
funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei
studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa
alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il
funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa
incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del
funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è
un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La
professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che
porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai
visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le
spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o
di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino:
"Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di
Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere,
Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia.
"Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di
sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo
artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo
venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho
detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi
sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti
non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo
civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché
non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della
polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la
verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci
avrei mai creduto".
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta
uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un
anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la
linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare
quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il
movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di
giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del
consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà
sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine
dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti
all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li
fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli
altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione
singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano
il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale.
Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?".
Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre
controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati
in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro:
"Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora
si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il
vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e
aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il
finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti
della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si
dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo
alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che
abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di
scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai
sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di
sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano
riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti
s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano
comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né
bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze
politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in
ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini
con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un
tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso
dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno
studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla
ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E
se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a
farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da
figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni
politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai
telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno
passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo
Cossiga. Ci stanno fottendo".
>>>>>>>>>>>>>>>>>
Una citazione sta girando per siti, email e giornali d'Italia in questi giorni, è tratta da un discorso pronunciato da Pietro Calamandrei, uno dei fondatori della Costituzione Italiana, in cui si parla di scuola pubblica e democratica e dei possibili attacchi che essa può subire. Ciò che era un discorso ipotetico nel 1950 diviene realtà con la riforma Gelmini del 2008.
Piero Calamandrei 1950: una profezia?
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950
Per questo motivo tagliare fondi alle scuole e alle università significa privare un popolo della possiblità di farsi una cultura, lasciando tutto alle scuole private e destinando questi fondi a sostenere la finanza impazzita.
Per questo motivo sarà impossibile far esistere l'educazione ambientale e ogni altro tipo di educazione alla nonviolenza e alla convivenza civile, perchè non ci saranno nè spazi, nè fondi nè soprattutto volontà di far germinare nelle giovani generazioni pensieri differenti ai modelli distruttivi dominanti.
Di seguito alcune importanti notizie circolate in questi giorni sulla mobilitazione nelle scuole e alcune sconcertanti frasi che riguardano questo vero e proprio attacco alla democrazia e alle persone.
Per chi le avesse perse e perchè si capisca la reale portata di quello che sta succedendo.
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Stralcio di una sconcertante intervista di Cossiga che ammette i crimini di Stato compiuti dal suo governo negli anni '70
e detta le linee per la repressione attuale.
Quotidiano Nazionale di giovedì 23 ottobre 2008
"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interni (...).
Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade
e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a
tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i
negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo
di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze
dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze
dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli
tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li
rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a
sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma
le maestre ragazzine sì».
(Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica italiana, Ministro degli Interni nel 1977)
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La messa in pratica dei consigli di Cossiga. Un drappello di criminali lasciati agire inspiegabilmente dalle forze dell'ordine organizza un'aggressione squadrista prima davanti al Parlamento e poi in Piazza Navona a Roma contro gli studenti. In televisione diventa "uno scontro di comunisti contro fascisti". Si chiama da quarant'anni "strategia della tensione". Raccontata da Curzio Maltese, che in piazza c'era.
Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di Curzio Maltese
Gli scontri di ieri a Roma
30/10/2008
Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che
vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il
mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la
manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo
abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si
sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza
Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici
anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra.
Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni,
misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla
testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un
ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La
polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi
bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti
nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di
essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra.
Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il
capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben
organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica
colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De
Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto
tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci.
"Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il
funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei
studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa
alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il
funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa
incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del
funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è
un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La
professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che
porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai
visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le
spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o
di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino:
"Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di
Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere,
Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia.
"Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di
sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo
artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo
venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho
detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi
sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti
non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo
civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché
non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della
polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la
verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci
avrei mai creduto".
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta
uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un
anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la
linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare
quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il
movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di
giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del
consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà
sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine
dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti
all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li
fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli
altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione
singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano
il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale.
Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?".
Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre
controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati
in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro:
"Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora
si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il
vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e
aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il
finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti
della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si
dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo
alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che
abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di
scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai
sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di
sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano
riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti
s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano
comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né
bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze
politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in
ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini
con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un
tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso
dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno
studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla
ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E
se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a
farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da
figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni
politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai
telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno
passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo
Cossiga. Ci stanno fottendo".
>>>>>>>>>>>>>>>>>
Una citazione sta girando per siti, email e giornali d'Italia in questi giorni, è tratta da un discorso pronunciato da Pietro Calamandrei, uno dei fondatori della Costituzione Italiana, in cui si parla di scuola pubblica e democratica e dei possibili attacchi che essa può subire. Ciò che era un discorso ipotetico nel 1950 diviene realtà con la riforma Gelmini del 2008.
Piero Calamandrei 1950: una profezia?
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950