Consigli per il nido
Inviato: gio feb 21, 2008 11:27 pm
Care mamme,
vi scrivo subito, anche se forse domani l'avrei fatto con meno tristezza nel cuore e forse un po' più di lucidità.
Il problema che mi tormenta è l'opportunità di mandare o meno Carlo (16 mesi compiuti) al nido. A dire il vero si tratta di una sorta di alternativa al nido offerta dal comune di Padova ai bambini dai 15 ai 36 mesi che al nido, pubblico o privato, non ci vanno. L'hanno chiamata "Tana degli orsetti", e ci si va il pomeriggio dalle 4 e mezza alle 7, due o tre giorni per settimana a scelta.
A settembre Carlo non aveva nemmeno un anno, non camminava ancora, e, potendo lavorare a casa, mi era sembrato sbagliato accettare il posto che ci era stato inaspettatamente offerto in un nido pubblico. Dopo un primo momento di indecisione (avere tutte le mattine a disposizione per combinare qualcosa mi allettava un po', lo confesso), mi ero sentita sollevata e tranquilla di aver fatto questa scelta. Diveramente il mese scorso mi è sembrato che fosse giunto il momento per provare a far uscire Carlo dalle mura domestiche, allargare il giro delle sue conoscenze, che è soprattutto di adulti, e portarlo in un posto nuovo in cui potesse sperimentare nuovi giochi, tanti dei quali a casa proprio non si possono fare.
Carlo è sempre stato un bambino felice e molto socievole, sorride a tutti (eccetto a quelli che non piacciono a suo papà!), e non mi è mai sembrato spaventato e nemmeno intimidito in situazioni nuove con persone sconosciute. Quando arriva gente a casa lui è sempre contento, anche se sono in tanti e ne approfitta per avere maggiore manodopera a disposizione per i suoi giochi.
Così la settimana scorsa abbiamo cominciato. I primi due giorni l'ho visto più disorientato che felice, anche perché è quasi il più piccolo e si è trovato in mezzo a bambini di due anni e più che parlano, corrono, fanno tutto prima lui. Con conseguenti frustrazioni: la macchinina che vuole prendere sparisce immancabilmente prima che la sua manina abbia potuto anche solo sfiorarla, sullo scivolo lo costringono a scansarsi quelli che sanno salire più in fretta... Ma il terzo giorno sembrava non solo ambientato, ma anche interessato e felice, aveva imparato a togliersi di mezzo e a scegliere obiettivi più ai margini dei giochi altrui e meglio raggiungibili, e soprattutto si era un po' infatuato di una maestra. Abbiamo allora cominciato la settimana pieni di buone aspettative. Le maestre intanto mi hanno organizzato un'imboscata, mandandomi a colloquio con la psicologa, immagino nel timore che mi rifiutassi di provare a lasciarlo un po' da solo dopo i primi giorni di inserimento. Io l'ho interpretata così, visto che la psicologa, molto simpatica e gentile, invece di parlare o lascirmi parlare di Carlo, l'ha presa molto alla lontana e mi ha intrattenuta sulla sicurezza della scuola, la competenza delle maestre, gli obiettivi del progetto. Comunque nessuno è venuto a chiamarmi perché Carlo piangeva, ed io ho passato le due ore e mezzo previste a chiacchierare amabilmente con la psicologa. A un certo punto l'ho anche visto da una finestra all'altra che giocava beato (che emozione!). Sono tornata a casa fiera di lui e piena di buone speranze per il mio lavoro.
Ieri e oggi invece il disastro. Ieri una piccolina poco più grande di Carlo ha cominciato a piangere inconsolabilmente, solo che la sua mamma se n'era andata e non rispondeva a nessuno dei recapiti telefonici che aveva dato. Risultato: due ore di pianto disperato, fino a che si è rintracciato il papà e la mamma è tornata. Io, come la volta prima, non ero entrata, ma dopo un po' Carlo è arrivato piangente in braccio alla maestra. Mi ha detto che il pianto della bimba l'aveva contagiato. Sono stata a giocare con lui, ho provato a lasciarlo ancora quando l'ho visto tranquillo, ma poi me lo sono portato via mezz'ora prima perché l'ho visto stanco e logorato. Oggi siamo tornati (forse avrei dovuto lasciare perdere e riprovare la prossima settimana) e dopo poco mi sono venute a chiamare perché Carlo di nuovo piangeva.
La piccola disperata di ieri era sull'orlo della crisi, occhi umidi, ciuccio spolpato in bocca, sguardo disperato. La madre l'aveva di nuovo lasciata lì andandosene via visibilmente arrabbiata, mentre la piccola faceva ogni sforzo per tenere duro. Questo già mi aveva molto intristito: tendo istintivamente a solidarizzare con i bambini e a immedesimarmi in loro. Carlo aveva gli occhi rossi e cerchiati e un'espressione di infelicità che non gli avevo mai visto da quando è nato. E per di più si mostrava spaventato ogni volta che uno dei grandi si avvicinava per prendergli un gioco o un libro. Ho cominciato a sospettare che avesse pianto più del minuto che di solito ho visto le maestre fanno passare prima di avvertire le mamme rimaste fuori. Una mamma che era rimasta dentro mi ha detto che aveva pianto per almeno 4 o 5 minuti. Mi sono sentita male: pensare che Carlo aveva dovuto piangere così a lungo prima che io potessi consolarlo, la vista della sua infelicità e di quella dell'altra piccolotta hanno fatto venire da piangere anche a me. Ho preso Carlo in braccio e me lo sono portato fuori per non fare una scena davanti agli altri bambini. E ho deciso che non era giornata, ho spiegato, salutato, e me lo sono portato a casa.
Lunedì riproviamo, ma a questo punto mi chiedo se sia davvero il caso di continuare. Forse è ancora troppo presto, e fra qualche mese Carlo avrebbe più forze e meno problemi. Non riesco a rassegnarmi all'idea che debba piangere e soffrire tanto per riuscire a stare senza di me, che questa crisi sia necessaria e benefica. Ho studiato gli altri bambini più grandi. Li ho visti più forti e indipendenti. Alcuni chiedono della mamma, ma non si disperano e, se hanno un momento di difficoltà, basta poco per consolarli. Poi magari quest'orario non è dei migliori, mentre al nido, che inizierà a settembre andrà la mattina.
Forse è meglio che prenda una babysitter che stia con lui a casa, mentre io me ne vado a lavorare in biblioteca. Il dottor Proietti, quando l'ho incontrato, mi ha detto che a quest'età i bambini hanno bisogno di mamma e territorio, cioè della loro casa, e che al nido glieli si toglie tutti e due con conseguente stress e conseguenti malattie. A casa almeno avrebbe il suo territorio e una persona tutta sua cui affezionarsi nel tempo.
Chi di voi ha bambini più grandi può soccorrermi e raccontarmi come è riuscita a cavarsela? Qualcosa devo escogitare: non ho i nonni a disposizione e devo proprio mettermi a studiare. Però non posso pensare che Carlo ne soffra.
Buonanotte, e scusate l'interminabile sfogo.
Elisa
vi scrivo subito, anche se forse domani l'avrei fatto con meno tristezza nel cuore e forse un po' più di lucidità.
Il problema che mi tormenta è l'opportunità di mandare o meno Carlo (16 mesi compiuti) al nido. A dire il vero si tratta di una sorta di alternativa al nido offerta dal comune di Padova ai bambini dai 15 ai 36 mesi che al nido, pubblico o privato, non ci vanno. L'hanno chiamata "Tana degli orsetti", e ci si va il pomeriggio dalle 4 e mezza alle 7, due o tre giorni per settimana a scelta.
A settembre Carlo non aveva nemmeno un anno, non camminava ancora, e, potendo lavorare a casa, mi era sembrato sbagliato accettare il posto che ci era stato inaspettatamente offerto in un nido pubblico. Dopo un primo momento di indecisione (avere tutte le mattine a disposizione per combinare qualcosa mi allettava un po', lo confesso), mi ero sentita sollevata e tranquilla di aver fatto questa scelta. Diveramente il mese scorso mi è sembrato che fosse giunto il momento per provare a far uscire Carlo dalle mura domestiche, allargare il giro delle sue conoscenze, che è soprattutto di adulti, e portarlo in un posto nuovo in cui potesse sperimentare nuovi giochi, tanti dei quali a casa proprio non si possono fare.
Carlo è sempre stato un bambino felice e molto socievole, sorride a tutti (eccetto a quelli che non piacciono a suo papà!), e non mi è mai sembrato spaventato e nemmeno intimidito in situazioni nuove con persone sconosciute. Quando arriva gente a casa lui è sempre contento, anche se sono in tanti e ne approfitta per avere maggiore manodopera a disposizione per i suoi giochi.
Così la settimana scorsa abbiamo cominciato. I primi due giorni l'ho visto più disorientato che felice, anche perché è quasi il più piccolo e si è trovato in mezzo a bambini di due anni e più che parlano, corrono, fanno tutto prima lui. Con conseguenti frustrazioni: la macchinina che vuole prendere sparisce immancabilmente prima che la sua manina abbia potuto anche solo sfiorarla, sullo scivolo lo costringono a scansarsi quelli che sanno salire più in fretta... Ma il terzo giorno sembrava non solo ambientato, ma anche interessato e felice, aveva imparato a togliersi di mezzo e a scegliere obiettivi più ai margini dei giochi altrui e meglio raggiungibili, e soprattutto si era un po' infatuato di una maestra. Abbiamo allora cominciato la settimana pieni di buone aspettative. Le maestre intanto mi hanno organizzato un'imboscata, mandandomi a colloquio con la psicologa, immagino nel timore che mi rifiutassi di provare a lasciarlo un po' da solo dopo i primi giorni di inserimento. Io l'ho interpretata così, visto che la psicologa, molto simpatica e gentile, invece di parlare o lascirmi parlare di Carlo, l'ha presa molto alla lontana e mi ha intrattenuta sulla sicurezza della scuola, la competenza delle maestre, gli obiettivi del progetto. Comunque nessuno è venuto a chiamarmi perché Carlo piangeva, ed io ho passato le due ore e mezzo previste a chiacchierare amabilmente con la psicologa. A un certo punto l'ho anche visto da una finestra all'altra che giocava beato (che emozione!). Sono tornata a casa fiera di lui e piena di buone speranze per il mio lavoro.
Ieri e oggi invece il disastro. Ieri una piccolina poco più grande di Carlo ha cominciato a piangere inconsolabilmente, solo che la sua mamma se n'era andata e non rispondeva a nessuno dei recapiti telefonici che aveva dato. Risultato: due ore di pianto disperato, fino a che si è rintracciato il papà e la mamma è tornata. Io, come la volta prima, non ero entrata, ma dopo un po' Carlo è arrivato piangente in braccio alla maestra. Mi ha detto che il pianto della bimba l'aveva contagiato. Sono stata a giocare con lui, ho provato a lasciarlo ancora quando l'ho visto tranquillo, ma poi me lo sono portato via mezz'ora prima perché l'ho visto stanco e logorato. Oggi siamo tornati (forse avrei dovuto lasciare perdere e riprovare la prossima settimana) e dopo poco mi sono venute a chiamare perché Carlo di nuovo piangeva.
La piccola disperata di ieri era sull'orlo della crisi, occhi umidi, ciuccio spolpato in bocca, sguardo disperato. La madre l'aveva di nuovo lasciata lì andandosene via visibilmente arrabbiata, mentre la piccola faceva ogni sforzo per tenere duro. Questo già mi aveva molto intristito: tendo istintivamente a solidarizzare con i bambini e a immedesimarmi in loro. Carlo aveva gli occhi rossi e cerchiati e un'espressione di infelicità che non gli avevo mai visto da quando è nato. E per di più si mostrava spaventato ogni volta che uno dei grandi si avvicinava per prendergli un gioco o un libro. Ho cominciato a sospettare che avesse pianto più del minuto che di solito ho visto le maestre fanno passare prima di avvertire le mamme rimaste fuori. Una mamma che era rimasta dentro mi ha detto che aveva pianto per almeno 4 o 5 minuti. Mi sono sentita male: pensare che Carlo aveva dovuto piangere così a lungo prima che io potessi consolarlo, la vista della sua infelicità e di quella dell'altra piccolotta hanno fatto venire da piangere anche a me. Ho preso Carlo in braccio e me lo sono portato fuori per non fare una scena davanti agli altri bambini. E ho deciso che non era giornata, ho spiegato, salutato, e me lo sono portato a casa.
Lunedì riproviamo, ma a questo punto mi chiedo se sia davvero il caso di continuare. Forse è ancora troppo presto, e fra qualche mese Carlo avrebbe più forze e meno problemi. Non riesco a rassegnarmi all'idea che debba piangere e soffrire tanto per riuscire a stare senza di me, che questa crisi sia necessaria e benefica. Ho studiato gli altri bambini più grandi. Li ho visti più forti e indipendenti. Alcuni chiedono della mamma, ma non si disperano e, se hanno un momento di difficoltà, basta poco per consolarli. Poi magari quest'orario non è dei migliori, mentre al nido, che inizierà a settembre andrà la mattina.
Forse è meglio che prenda una babysitter che stia con lui a casa, mentre io me ne vado a lavorare in biblioteca. Il dottor Proietti, quando l'ho incontrato, mi ha detto che a quest'età i bambini hanno bisogno di mamma e territorio, cioè della loro casa, e che al nido glieli si toglie tutti e due con conseguente stress e conseguenti malattie. A casa almeno avrebbe il suo territorio e una persona tutta sua cui affezionarsi nel tempo.
Chi di voi ha bambini più grandi può soccorrermi e raccontarmi come è riuscita a cavarsela? Qualcosa devo escogitare: non ho i nonni a disposizione e devo proprio mettermi a studiare. Però non posso pensare che Carlo ne soffra.
Buonanotte, e scusate l'interminabile sfogo.
Elisa