Da un messaggio trascritto su
http://www.vallisteeedigei.it
_________________
Va bene: se deve essere un messaggio serio, allora scriviamo seriamente. Niente saluto arabo ma un testo semplice, niente punti di sospensione ma l'interpunzione canonica. Un messaggio serio.
Tante volte scrivo che la mia esperienza è stata tanto simile alla vostra. Posso immaginare facilmente la vostra sofferenza: essere costrette a volare basso, molto basso, ancora più basso, nel disperato tentativo di sfuggire all'intercettazione del radar; essere terrorizzate dal rischio di essere condannate per una colpa che si chiama amore. In realtà, qualsiasi male conosce sempre un peggio, e poi un peggio del peggio, e poi ancora all'infinito. Al contrario vostro, la mia colpa ero io stesso: la mia esistenza era al contempo la testimonianza della colpevolezza e l'oggetto della condanna. Io sono stato per trent'anni il "figlio di quel figlio di una libera professionista", vale a dire il figlio di mio padre.
Trent'anni. Trent'anni di guerra famigliare. Trent'anni in cui mia madre ha dato il meglio in fatto di odio, disprezzo, acredine contro mio padre: siccome io ero il figlio di quell'uomo, ecco che sono stato l'oggetto di sfogo di tutto l'inferno che quella donna avrebbe voluto dire, e fare, e infliggere al suo avversario. Come vi potrei descrivere quel periodo? Credetemi: è assurdo solo pensarlo. Ecco perché, alla fine, il mio sistema nervoso è ridotto a un mucchio di nervi logori. Ecco perché oggi ho queste voragini psicologiche. Ecco perché mi trovo così tanto bene in questi spazî. Siamo figlî dell'incomprensione, del disprezzo: dello schifo. Siamo sorelle, sia pur di sventura.
L'unico appiglio che mi tenne in vita in quel periodo fu mia sorella. Per lungo tempo, finché era stata bambina, ella aveva seguite le orme della madre; ma quando crebbe, ed espresse il suo carattere, i difetti e i pregî che ogni essere umano dovrebbe avere il diritto di avere: quando tentò di vivere la propria vita, mi raggiunse all'inferno. Fu allora che divenimmo solidali, pur essendo due personalità profondamente diverse. Proprio perché eravamo diversi, mentre io ho sempre cercato la pacificazione, mia sorella giunse fino al confronto fisico e all'allontamento da casa, per andare a vivere da mio padre. Ho sempre comprese le ragioni di mia sorella, anche se devo riconoscere che tutto questo ha forse contribuito a mantenere roventi i rapporti interprersonali e ha prorogato così la fine del nostro inferno.
Inutile qui enumerare tutto il corollario che gravitò attorno a quanto fin qui descritto: avvocati, giudici, medici, consulenti di parte e d'ufficio, ufficiali giudiziarî; cause, sequestri, pignoramenti, ingiunzioni; i relativi costi, che ci hanno costretti a una vita fatta di risparmio all'osso, rinunce, false declinazioni d'invito. Un'infanzia e una giovinezza buttate al secchio, in nome di questioni di principio - e d'odio. In realtà, nel mio caso, un'esistenza intera: il mio futuro sarà ovviamente segnato dal passato, tant'è che ho ormai da tempo riposta nel cassetto la speranza d'incontrare un affetto. Diciamo così: sono vivo, e basta. Mia sorella, per sua fortuna, ha trovato un santo ragazzo: oggi ha tre figlî, meravigliosi e allegri.
Proprio perché ero consapevole di quanto costasse, economicamente e umanamente, tutto questo circo, cercai di risolvere la questione secondo il principio "a ognuno il suo gruzzolo, a ciascuno la sua via per il mondo". Quanto tempo e quante energie ho spese in questa titanica impresa: capovolgimenti di fronte, trattative mille volte iniziate e mille volte interrotte, promesse, condanne, scongiuri, snervanti questioni di principio, mediazioni ora in palese ora in segreto si sono susseguite senza tregua. Alla fine, quando siamo riusciti a vendere il vecchio villino famigliare, mi sono ritrovato solo. Certo, ho una sorella: ma a parte la distanza fisica che ci separa, ella ha la sua vita, la sua famiglia, le sue responsabilità. Ero solo. Sono solo.
La prima volta che entrai in un sito di ragazze fu per errore: all'epoca fui "strapazzato" e cacciato via in maniera un po' scontrosa. Va da sé che, quando presentai (in maniera pacata e civile, ma pur sempre assai rigida) le mie rimostranze, ricevetti di rimando infinite scuse, e l'invito a partecipare. Meravigliato da tanta cortesia, e soprattutto contando sulla promessa d'ospitalità della proprietaria del sito, in punta di piedi mi decisi a tornare: rientrai in quello spazio, questa volta dalla porta del forum invece che dalla finestra della chat.
Tante volte scrivo che le ragazze hanno ficcate le mani nella mia bara, e mi hanno tirato fuori di peso. Non solo: guai a ricordare loro che cosa hanno fatto, guai a ringraziarle; si contrariano, negano di aver fatto alcunché. Mi danno del melenso. Mi rendo conto che da parte loro mi hanno solo reso cittadino della loro piccola repubblica: ma per me è stato più che tornare in vita. Prima d'allora dipingevo la mia vita come un deserto sterminato, come un inverno senza fine: come un'oceano di tenebre. Oggi, sia pure in tono minore e ancora con mancanze che per forza di cose sono fuori portata delle ragazze, oggi sono vivo.
Prima di tutto, ho ricevuta un'iniezione di fiducia come mai prima d'allora avevo potuto annoverare: sono un uomo ammesso in uno spazio notoriamente sbarrato all'accesso di qualsiasi uomo, sono stato ammesso in un tempio sacro dentro il quale solo rari privilegiati entrano. Di seguito e mille volte più di questo: sono stato eletto a fratello di confidenze d'amori, di dolori, di sentimenti che forse neanche a un'altra donna possono essere svelati.
Con loro ho riso e ho pianto, ho giocato, ho mangiato e ho protestato - ho partecipato al Kiss2Pacs, e sia pur formalmente ho persino baciata una ragazza. Più ancora: ho dormito con loro. Dopo la serata in birreria, mi fu offerto di fermarmi a dormire a casa: eppure ci eravamo conosciuti solo poche ore prima. Più ancora: ho ospitata a casa una ragazza, ho dormito con lei, persino nello stesso letto - spalla contro spalla, nel mio letto, nella mia cameretta, nel mio appartamentino, il nido dell'aquila, trentasette metri quadrati, che all'epoca presi solo per me stesso, e oggi è testimone di un'impresa senza precedenti.
Mi hanno scritte parole d'una dolcezza inenarrabile: con una delicatezza che mai ho trovato in un altro essere umano, mi è stato suggerito di cercare altrove quel che cercavo, perché lì nessuna me l'avrebbe potuto dare. Se penso che, prima ancora di scrivere una frase di questo genere, per paura di offendermi in una qualche maniera ella si è subito premunita di avvertirmi che per carità, nessuna mi caccia, sia ben chiaro, nessuna vuole che io vada via: però, devo cercare di capire. Altro che capire: tempo dopo, un'altra ragazza si è rivelata ancora più delicata, perché mi ha scritto che posso benissimo rimanere nel loro forum, e cercare altrove quello di cui ho bisogno. Oramai mi domando se altrove esiste quello che cerco, quello di cui ho bisogno.
Anche io ho avute persone che mi sono state accanto: sono più che persone importanti, più che parenti, più che affetti. Sono ragazze lesbiche. Sono il mio urlo conto la morte, contro l'aridità della vita, dei sentimenti, sono la forza dinanzi alle offese e gl'insulti che le altre donne, quando volontariamente e quando incoscientemente, mi riservano. Sono l'esercito delle farfalle che ferma e fa indietreggiare e sconfigge un'armata di tenebre che altrimenti mi avrebbe ucciso - peggio, mi avrebbe fatto morire giorno per giorno, goccia per goccia, sussurrando nelle orecchie come Tigellio alle sue vittime: voglio che tu senta di morire. Invece oggi, all'improvviso, mi arriva un messaggio sul telefono: "Cammello come stai? Mi chiami che è tanto che non ti sento?".
Sono ancora vivo.
Stefano
_________________