la miglior autocritica al suicidio... leggete tutti!!!
Inviato: ven set 29, 2006 1:42 pm
L'ho trovato via internet:
Ho appena letto un brano di una brava scrittrice a proposito del desiderio di suicidio insito in ognuno di noi.
Mi è sembrato riduttivo.
Ho pensato molte volte ad uccidermi, la prima volta fu quando avevo soltanto otto anni, sembrava che mia madre non mi capisse, e, di fatto, non mi capiva, decisi di farla riflettere e di punirla, mi misi sul cornicione del balcone, eravamo all’ottavo piano di un alto palazzo di via S.Costanza 13, a Roma.
Serena, senza paura stavo per librarmi nel vuoto. Invece fui catapultata a terra da un mio coetaneo, che aveva prontamente scavalcato atterrando sul nostro terrazzo e m’aveva tirata giù, inconsapevole del mio proposito, disse: - Scusa se ti ho fatto male, mi sembrava che stessi per cadere!-
Aveva pensato che giocassi, non aveva capito nulla neanche lui…..
Ma la rabbia e la delusione erano svanite, mi faceva male un gomito battuto cadendo.
Non pensai più al suicidio fino al diciottesimo anno.
A 18 anni lo contemplai soltanto, non agii, ma a 21 lo avrei messo in atto, forse…
Il mio fidanzamento era miseramente naufragato per sterili questioni di dote e prestigio sociale, avevo reagito riprendendo gli studi; poi per amore di mia madre, avevo dovuto far sopprimere il cane che adoravo, l’aveva presa alla gola e, benché avesse le sue buone ragioni, era colpa di mia madre che aveva riempito casa d’altri cani scatenando la sua gelosia, decidemmo fosse troppo pericoloso.
Mia madre era fuggita da un’amica per non partecipare all’omicidio del cane, al ritorno, volle tacitarsi la coscienza dandomi dell’assassina.
Anche quella volta l’incomprensione fu così macroscopica che uscii senza cappotto, era il due novembre e faceva freddo a Milano.
Non sapevo bene cosa avrei fatto, certo non sarei tornata a casa, forse mi sarei buttata sotto ad un treno, come Anna Karenina.
Incontrai una conoscente, vedendomi senza cappotto con gli occhi spiritati, capì che qualcosa non andava, non fece domande, mi trascinò a casa sua dove restai quasi segregata e guardata a vista a turno dalla signora, dal marito e dalla suocera.
Venne a trovarmi anche il veterinario che aveva praticato l’iniezione letale al cane, nessuno di loro disse dov’ero a mia madre per una settimana, poi, mi riportarono a casa.
La ribellione era sbollita, non pensai più a morire.
La terza volta fu ancora per una profonda incomprensione con mia madre, fuggii da casa, avevo 24 anni allora, mia madre fece togliere il motore dalla mia auto, chiuse il mio conto in banca rendendo impossibile la vita agli amici, che avrebbero potuto darmi asilo ed aiutarmi.
Mi ritrovai nella pensione Magic, i soldi che mi erano rimasti sarebbero bastati per due o tre giorni, decisi di tagliarmi le vene, badando a non sporcare la bella camicetta di Guarnera, avevo già estratto le lamette dal beauty-case e pensavo se scrivere la lettera d’addio oppure no.
In quel momento bussò alla porta un altro ospite della pensione, un certo Francesco, brindisino, alto, moro, lo sguardo sfrontato ed il sorriso accattivante, era a Milano in cerca di lavoro, me lo aveva raccontato quando c’eravamo incontrati al bar, dove pasteggiavo a cappuccini e brioches.
Mi chiese se avevo della carta da lettere da prestargli, ma qualcosa gli fece capire le mie intenzioni, si precipitò sulle lamette, sequestrò le mie forbicine e decise di salvarmi la vita.
Ci riuscì. Il giorno dopo era a casa, con l’orgoglio ferito e la dignità sotto ai piedi, ma viva.
Il quarto tentativo riuscì quasi, tre giorni di coma e la prima pagina dei quotidiani stigmatizzarono la realtà del mio proposito.
Avevo 38 anni, la decisione di ingurgitare quelle pillole fu immediata e senza ripensamenti, tutto ciò in cui avevo creduto era crollato, il mio sogno di maternità, l’uomo che amavo, il lavoro ed ancora una volta mia madre, questa volta volevo proprio chiuderla quella lotta impari contro un destino troppo difficile da affrontare.
In un attimo valutai passato presente e futuro, quest’ultimo mi sembrò un muro nero, alto ed invalicabile.
Non volevo più soffrire né lottare, volevo solo non esistere.
Ricordo vagamente l’autoambulanza, la lavanda gastrica e poi più nulla, per tre lunghi e meravigliosi giorni il nulla del coma.
Al primo risveglio non capii dov’ero né perché fossi lì, in vero non sapevo neppure chi fossi.
Vidi un braccio enorme, bluastro, gonfio di flebo mal fatte, non poteva essere il mio, io avevo un bel Rolex al polso, dov’era il mio Rolex?
Strano che, stupidi oggetti, ti vengano in mente quando vuoi morire, se davvero volevi morire che t’ importa del Rolex?
Morire sì, ma non farmi fregare, mi risposi con una logica propria del momento.
Poi ricaddi nel nulla.
Udii una voce femminile dire: - Questa non ce la fa !-
Era forse riferito a me quel commento?
Meno male, non ce la volevo fare.
Ancora un po’ di pace, poi mi ripresi, mia madre era venuta benedicendo il fatto che avessi perduto il 'bastardo’ che avevo concepito ed il fatto che mi fossi lasciata con quel poco di buono, i colleghi mi chiedevano di firmare dei documenti, le uniche parole sensate vennero da una tossica che sarebbe morta pochi mesi dopo.
Purtroppo mi rimisero in piedi, potei notare che il padre del ‘bastardo’ perduto non si era fatto vivo, che anche sua madre, pur essendo venuta a curiosare, non aveva trovato opportuno farsi vedere, che gli amici avevano bollato come depressione la mia volontà di non vivere, altri amici pensarono che lo avessi fatto solo per far impietosire il mio amante e farmi sposare.
Era un festival di cattiverie e d’incomprensioni, che dovetti affrontare subito.
Neanche lo psichiatra dell’ospedale, fece nulla per aiutarmi, esaurite le domande di routine, si era alzato e se n’era andato senza proferire verbo.
Ma perché li pagano quelli?
Odiai tutti coloro che pontificarono sul suicidio definendo, psichicamente labili, coloro che lo mettevano in atto e tutti coloro che parlarono di depressione.
Colui che vuole suicidarsi ama la vita molto più di loro, non sopporta una mezza vita, calpestata, sminuita ,violentata.
Vuole o tutto o niente, certo che il niente sia liberatorio e senz’altro preferibile al presente e, soprattutto al futuro che lo attende.
Il voler morire è un’affermazione estrema del desiderio di vivere una vita soddisfacente e gratificante.
Latente è il desiderio di far riflettere tutti coloro che non hanno risposto ai suoi appelli e segnali.
Vorrebbe essere amato da coloro che ama, compreso da coloro che ha cercato di comprendere, si arrende all’evidenza e capisce che bolleranno la sua morte come un atto inconsulto dovuto ad un attimo di debolezza.
La più grande assurdità che affermano a tutte le latitudini, suicidarsi non è facile e non potrebbe mai metterlo in atto un debole; è un po’ come uccidere, si deve oltrepassare una barriera, chi ha ucciso può suicidarsi con facilità, ma chi ha rispettato la vita, persino quella degli insetti, per lui suicidarsi è difficilissimo, non sa come si fa ed ha paura del dolore fisico.
L’aspirante suicida vuole liberarsi dal dolore di vivere e cerca un modo indolore per morire, ecco perché tanti non ci riescono o ci rinunciano, non apprezzano il loro modo di stare al mondo, solo non sanno come uscirne.
Parlando con un dotto amico dei miei tentativi falliti lo sentii dire cose che allora mi parvero
Estremamente giuste e che oggi potrei confutare senza difficoltà
In sostanza lui sosteneva che i miei primi due desideri di morte esprimessero il desiderio d’annientamento fisico, infatti, il corpo sarebbe stato irriconoscibile dopo una caduta dall’ottavo piano o dopo essere stato maciullato da un treno.
Il terzo modo, tagliarsi le vene, rappresentava un desiderio più profondo, desideravo svuotare
Il corpo dalla linfa vitale e farne uscire la sofferenza.
Il quarto, messo in atto in modo imperfetto, rappresentava il culmine di quell’escalation e voleva annientare il pensiero.
Secondo lui non avrei più desiderato né osato tentare altri modi di farla finita in futuro.
Per molti anni ho creduto avesse ragione, oggi non ne sono più altrettanto sicura, dal momento che ho ripreso a pensarci spesso e, per motivi pratici, opterei di nuovo per il taglio de vene, sia per motivi pratici, è il meno costoso e difficile.
L’assurdo è che alterno giorni d’euforia e di voglia di lottare e vincere a giorni in cui vorrei sdraiarmi e non alzarmi più, anche questa con me stessa è una lotta durissima e faticosissima.
E non parlatemi di depressione o d’instabilità psichica !
Fatemi essere un po’ felice e vi farò vedere io quanto sono depressa!
Datemi ancora un po’ di dolore e vedrete se non farò il salto.
Il pensiero del suicidio è una vocazione, è un via d’uscita sempre possibile, una porta aperta che ti permette di lottare per la vita, se poi andasse male hai sempre il suicidio come soluzione
Alternativa.
E’ un modo di vivere con la morte a fianco, un’amica discreta che potrebbe toglierti dai guai, un modo di esistere sul filo del rasoio in cui apprezzi molto di più le piccole vittorie e gioie della vita, di quanto non facciano coloro che affermano di voler vivere a tutti i costi, che invece hanno solo una fottutissima paura di morire.
Colui che è pronto a morire in qualsiasi momento è uno che ha la coscienza tranquilla e non teme il giudizio di Dio, non sa se Dio esiste, qualora esistesse, non gli farebbe paura, anzi, vorrebbe fare con Lui una bella chiacchierata.
Non so come concluderò la mia avventura terrena, ma vi prego, non dite più che la gente che si toglie la vita lo fa perché depressa, in un momento di debolezza o altre scemenze del genere.
Ho appena letto un brano di una brava scrittrice a proposito del desiderio di suicidio insito in ognuno di noi.
Mi è sembrato riduttivo.
Ho pensato molte volte ad uccidermi, la prima volta fu quando avevo soltanto otto anni, sembrava che mia madre non mi capisse, e, di fatto, non mi capiva, decisi di farla riflettere e di punirla, mi misi sul cornicione del balcone, eravamo all’ottavo piano di un alto palazzo di via S.Costanza 13, a Roma.
Serena, senza paura stavo per librarmi nel vuoto. Invece fui catapultata a terra da un mio coetaneo, che aveva prontamente scavalcato atterrando sul nostro terrazzo e m’aveva tirata giù, inconsapevole del mio proposito, disse: - Scusa se ti ho fatto male, mi sembrava che stessi per cadere!-
Aveva pensato che giocassi, non aveva capito nulla neanche lui…..
Ma la rabbia e la delusione erano svanite, mi faceva male un gomito battuto cadendo.
Non pensai più al suicidio fino al diciottesimo anno.
A 18 anni lo contemplai soltanto, non agii, ma a 21 lo avrei messo in atto, forse…
Il mio fidanzamento era miseramente naufragato per sterili questioni di dote e prestigio sociale, avevo reagito riprendendo gli studi; poi per amore di mia madre, avevo dovuto far sopprimere il cane che adoravo, l’aveva presa alla gola e, benché avesse le sue buone ragioni, era colpa di mia madre che aveva riempito casa d’altri cani scatenando la sua gelosia, decidemmo fosse troppo pericoloso.
Mia madre era fuggita da un’amica per non partecipare all’omicidio del cane, al ritorno, volle tacitarsi la coscienza dandomi dell’assassina.
Anche quella volta l’incomprensione fu così macroscopica che uscii senza cappotto, era il due novembre e faceva freddo a Milano.
Non sapevo bene cosa avrei fatto, certo non sarei tornata a casa, forse mi sarei buttata sotto ad un treno, come Anna Karenina.
Incontrai una conoscente, vedendomi senza cappotto con gli occhi spiritati, capì che qualcosa non andava, non fece domande, mi trascinò a casa sua dove restai quasi segregata e guardata a vista a turno dalla signora, dal marito e dalla suocera.
Venne a trovarmi anche il veterinario che aveva praticato l’iniezione letale al cane, nessuno di loro disse dov’ero a mia madre per una settimana, poi, mi riportarono a casa.
La ribellione era sbollita, non pensai più a morire.
La terza volta fu ancora per una profonda incomprensione con mia madre, fuggii da casa, avevo 24 anni allora, mia madre fece togliere il motore dalla mia auto, chiuse il mio conto in banca rendendo impossibile la vita agli amici, che avrebbero potuto darmi asilo ed aiutarmi.
Mi ritrovai nella pensione Magic, i soldi che mi erano rimasti sarebbero bastati per due o tre giorni, decisi di tagliarmi le vene, badando a non sporcare la bella camicetta di Guarnera, avevo già estratto le lamette dal beauty-case e pensavo se scrivere la lettera d’addio oppure no.
In quel momento bussò alla porta un altro ospite della pensione, un certo Francesco, brindisino, alto, moro, lo sguardo sfrontato ed il sorriso accattivante, era a Milano in cerca di lavoro, me lo aveva raccontato quando c’eravamo incontrati al bar, dove pasteggiavo a cappuccini e brioches.
Mi chiese se avevo della carta da lettere da prestargli, ma qualcosa gli fece capire le mie intenzioni, si precipitò sulle lamette, sequestrò le mie forbicine e decise di salvarmi la vita.
Ci riuscì. Il giorno dopo era a casa, con l’orgoglio ferito e la dignità sotto ai piedi, ma viva.
Il quarto tentativo riuscì quasi, tre giorni di coma e la prima pagina dei quotidiani stigmatizzarono la realtà del mio proposito.
Avevo 38 anni, la decisione di ingurgitare quelle pillole fu immediata e senza ripensamenti, tutto ciò in cui avevo creduto era crollato, il mio sogno di maternità, l’uomo che amavo, il lavoro ed ancora una volta mia madre, questa volta volevo proprio chiuderla quella lotta impari contro un destino troppo difficile da affrontare.
In un attimo valutai passato presente e futuro, quest’ultimo mi sembrò un muro nero, alto ed invalicabile.
Non volevo più soffrire né lottare, volevo solo non esistere.
Ricordo vagamente l’autoambulanza, la lavanda gastrica e poi più nulla, per tre lunghi e meravigliosi giorni il nulla del coma.
Al primo risveglio non capii dov’ero né perché fossi lì, in vero non sapevo neppure chi fossi.
Vidi un braccio enorme, bluastro, gonfio di flebo mal fatte, non poteva essere il mio, io avevo un bel Rolex al polso, dov’era il mio Rolex?
Strano che, stupidi oggetti, ti vengano in mente quando vuoi morire, se davvero volevi morire che t’ importa del Rolex?
Morire sì, ma non farmi fregare, mi risposi con una logica propria del momento.
Poi ricaddi nel nulla.
Udii una voce femminile dire: - Questa non ce la fa !-
Era forse riferito a me quel commento?
Meno male, non ce la volevo fare.
Ancora un po’ di pace, poi mi ripresi, mia madre era venuta benedicendo il fatto che avessi perduto il 'bastardo’ che avevo concepito ed il fatto che mi fossi lasciata con quel poco di buono, i colleghi mi chiedevano di firmare dei documenti, le uniche parole sensate vennero da una tossica che sarebbe morta pochi mesi dopo.
Purtroppo mi rimisero in piedi, potei notare che il padre del ‘bastardo’ perduto non si era fatto vivo, che anche sua madre, pur essendo venuta a curiosare, non aveva trovato opportuno farsi vedere, che gli amici avevano bollato come depressione la mia volontà di non vivere, altri amici pensarono che lo avessi fatto solo per far impietosire il mio amante e farmi sposare.
Era un festival di cattiverie e d’incomprensioni, che dovetti affrontare subito.
Neanche lo psichiatra dell’ospedale, fece nulla per aiutarmi, esaurite le domande di routine, si era alzato e se n’era andato senza proferire verbo.
Ma perché li pagano quelli?
Odiai tutti coloro che pontificarono sul suicidio definendo, psichicamente labili, coloro che lo mettevano in atto e tutti coloro che parlarono di depressione.
Colui che vuole suicidarsi ama la vita molto più di loro, non sopporta una mezza vita, calpestata, sminuita ,violentata.
Vuole o tutto o niente, certo che il niente sia liberatorio e senz’altro preferibile al presente e, soprattutto al futuro che lo attende.
Il voler morire è un’affermazione estrema del desiderio di vivere una vita soddisfacente e gratificante.
Latente è il desiderio di far riflettere tutti coloro che non hanno risposto ai suoi appelli e segnali.
Vorrebbe essere amato da coloro che ama, compreso da coloro che ha cercato di comprendere, si arrende all’evidenza e capisce che bolleranno la sua morte come un atto inconsulto dovuto ad un attimo di debolezza.
La più grande assurdità che affermano a tutte le latitudini, suicidarsi non è facile e non potrebbe mai metterlo in atto un debole; è un po’ come uccidere, si deve oltrepassare una barriera, chi ha ucciso può suicidarsi con facilità, ma chi ha rispettato la vita, persino quella degli insetti, per lui suicidarsi è difficilissimo, non sa come si fa ed ha paura del dolore fisico.
L’aspirante suicida vuole liberarsi dal dolore di vivere e cerca un modo indolore per morire, ecco perché tanti non ci riescono o ci rinunciano, non apprezzano il loro modo di stare al mondo, solo non sanno come uscirne.
Parlando con un dotto amico dei miei tentativi falliti lo sentii dire cose che allora mi parvero
Estremamente giuste e che oggi potrei confutare senza difficoltà
In sostanza lui sosteneva che i miei primi due desideri di morte esprimessero il desiderio d’annientamento fisico, infatti, il corpo sarebbe stato irriconoscibile dopo una caduta dall’ottavo piano o dopo essere stato maciullato da un treno.
Il terzo modo, tagliarsi le vene, rappresentava un desiderio più profondo, desideravo svuotare
Il corpo dalla linfa vitale e farne uscire la sofferenza.
Il quarto, messo in atto in modo imperfetto, rappresentava il culmine di quell’escalation e voleva annientare il pensiero.
Secondo lui non avrei più desiderato né osato tentare altri modi di farla finita in futuro.
Per molti anni ho creduto avesse ragione, oggi non ne sono più altrettanto sicura, dal momento che ho ripreso a pensarci spesso e, per motivi pratici, opterei di nuovo per il taglio de vene, sia per motivi pratici, è il meno costoso e difficile.
L’assurdo è che alterno giorni d’euforia e di voglia di lottare e vincere a giorni in cui vorrei sdraiarmi e non alzarmi più, anche questa con me stessa è una lotta durissima e faticosissima.
E non parlatemi di depressione o d’instabilità psichica !
Fatemi essere un po’ felice e vi farò vedere io quanto sono depressa!
Datemi ancora un po’ di dolore e vedrete se non farò il salto.
Il pensiero del suicidio è una vocazione, è un via d’uscita sempre possibile, una porta aperta che ti permette di lottare per la vita, se poi andasse male hai sempre il suicidio come soluzione
Alternativa.
E’ un modo di vivere con la morte a fianco, un’amica discreta che potrebbe toglierti dai guai, un modo di esistere sul filo del rasoio in cui apprezzi molto di più le piccole vittorie e gioie della vita, di quanto non facciano coloro che affermano di voler vivere a tutti i costi, che invece hanno solo una fottutissima paura di morire.
Colui che è pronto a morire in qualsiasi momento è uno che ha la coscienza tranquilla e non teme il giudizio di Dio, non sa se Dio esiste, qualora esistesse, non gli farebbe paura, anzi, vorrebbe fare con Lui una bella chiacchierata.
Non so come concluderò la mia avventura terrena, ma vi prego, non dite più che la gente che si toglie la vita lo fa perché depressa, in un momento di debolezza o altre scemenze del genere.