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il cacciatore intelligente

Inviato: mer ago 30, 2006 5:00 pm
da mina
ACQUI TERME (AL) - Per lui addirittura «i caprioli sono brutti». Luciano Campazzo, fa il boscaiolo, lavora in continuazione: ha messo su una segheria moderna a Morbello, sull’Appennino piemontese, in una vallata dove ormai soltanto i boschi danno da vivere. Lui però ha anche un frutteto, invidiato nei paraggi per le mille varietà che produce.
Il suo rancore contro i caprioli s’è accumulato negli anni. Campazzo è un «capo squadra cinghialista», uno di quelli a cui anche gli esperti, nei momenti del bisogno, vanno a chiedere quanti ce n’è e dove sono i branchi più numerosi. Perché lui conosce questi posti come la sua segheria, lui sa dove andare e dove passare per arrivarci. Per questo è un «capo squadra»: delle due specie, caprioli e cinghiali, il boscaiolo-cacciatore Campazzo sa tutto. Li conosce bene perché da parecchio li scruta. A fondo, tutti i giorni. Tutti gli anni, alla fine della campagna, fa la conta dei danni: sia nel bosco (di rovere e castagni, una cinquantina di ettari) sia nel frutteto (mele, pesche, albicocche, pere).
Scusi, come fa a dire che sono brutti?
«Sono più brutti dei cinghiali, altro che Bambi dagli occhi teneri e malinconici. Sono insopportabili».
Capisco i danni, ma non le fa impressione sparare a un capriolo?
«E perché? L’ho già detto: sono brutte bestie. Neanche la fucilata contro dà soddisfazione. E’ facile, mica come sparare a un cinghiale: quando quelli caricano è un duello all’ultimo sangue e non sempre a vincere sono i cani o il cacciatore».
I caprioli invece non fanno paura a nessuno.
«Sono animali timidi, con meno difese. Altro che duello, non c’è soddisfazione. Se non a tavola...»
E allora perché ucciderli?
«Come perchè? I caprioli, come i cinghiali, non fanno che altro che disastri. Viene voglia di mollare tutto». Luciano Campazzo accosta il pick-up sulla cima di un bosco di rovere. «Guardi la “'tagliata'” dell'anno, è rasa al suolo. Quelle brutte bestie mangiano i germogli sulla ceppaia e la fanno morire. Ceppi forti, che potrebbero tirare fuori nuove piante».
Poi nel frutteto mostra le piantine rinsecchite, scorticate dai «fregoni», i maschi dei caprioli che raschiano le corna sui tronchi per segnare il territorio e togliere il «velluto» che le ricopre. Fanno così per favorire la rimessa dei palchi. Sembra di capire che alle battute ci andrà volentieri. Sbaglio?
«Non vedo l’ora: potessi li abbatterei tutti e cinquecento da solo. E poi non m’interessano le polemiche politiche: i caprioli qui sono un problema, un problema che va risolto adesso. Gli altri facciano un po’ come gli pare».
Ma c’è lo «sciopero bianco» della Federcaccia, i cacciatori sono stufi di passare per «stragisti» e si rifiutano di sparare contro i caprioli...
«Figuriamoci. Se non si ferma questo flagello dove andrà a finire il mio bosco? Io ci sarò, puntuale e armato, giovedì all'alba».
E sparerà guardandoli negli occhi. Ma non le fa impressione?
«Ma quali occhi? Il capriolo si caccia da distante, non ci si può mica avvicinare. Ci si apposta, si prendere la carabina a canna rigata, magari con il cannocchiale, poi alè: un colpo solo e deve essere preciso. Per un secondo non ci sarà tempo, la bestia scapperà prima».
Se invece il bambi rimane ferito, a terra e sanguinante?
«Un buon tiratore non spara mai se non è certo di fare centro».
Sceglierà il mattino presto o la sera, per ucciderli?
«Adesso che ce ne sono troppi, il loro comportamento si è un po’ stravolto: c’è competizione per mangiare e dal bosco possono saltare fuori a qualsiasi ora per partire alla ricerca di cibo. Dunque starò appostato per tutta la giornata».
E se invece di abbatterli, i caprioli, qualcuno li catturasse e li facesse traslocare in territori distanti da qui?
«Nemmeno a parlarne. Io scelgo la via più sicura: l’abbattimento. Se qualcuno ha altre soluzioni, mi sta bene. Ma non è con le idee che si salvaguarda un territorio. C’è gente che è andata a scuola fino a ieri e adesso viene qui e vorrebbe insegnare a noi...».