Mainstream e pianto del bambino
Inviato: sab apr 29, 2006 11:00 am
Era da diverso tempo che volevo scrivere questo topic, ma poi il poco tempo mi faceva sempre rimandare.
Quando aspettavo Arturo, immmancabile è arrivato il librone tradizionale sulla puericultura. Si tratta di un libro di grandissima divulgazione, forse il più regalato e il più letto dalle future mamme. Si tratta di "Il nuovo bambino" di Marcello Bernardi, un pediatra di lunghissima esperienza. Il libro, di più di 700 pagine, su molte cose di attesta su opinioni del tutto mainstream: anche sull'allatamento materno, benché dica che è l'opzione migliore spiegandone i motivi, poi finisce per dire che che va fatto ad orari, che bisogna limitare la durata delle poppate ecc. ecc.
Ma ciò che fin da allora mi colpì, non avevo mai avuto figli, sono stati alcuni paragrafi, disseminati qua e là nel libro, che si concentravano diciamo così sui "sentimenti" o percezioni del bambino. Il linguaggio usato è imbevuto di psicanalisi, ma rileggendoli ancora adesso questi passi mi sembrano straordinari, tanto più per il fatto che stanno dentro un libro tradizionale. E il fatto che tante mamme lo leggeranno e l'hanno letto mi fa ben sperare, visto che in fondo queste riflessioni psico-filosofiche sul bambino non fanno altro che dare un sostegno a qualcosa che tutte le mamme, anche quelle più indurite, nel profondo sentono.
Mi sono decisa adesso a mettere il topic perché Bernardi tocca molti punti che ci stanno a cuore, alcuni dei quali sono per noi ora di attualità (vedi l'articolo di Antonella sul significato del pianto del bambino o sul "metodo-Estivill") o lo sono stati (il topic sul lasciar sfogare i bambini).
Vi riporto alcuni passi. Sono un po' lunghi. Leggete fino in fondo, ne vale la pena. Anche perché la vera chicca, per me, è proprio l'ultima citazione.
Metto in MAIUSCOLO le parti che voglio sottolineare (quelle che di solito nelle citazioni si mettono in corsivo).
Buona lettura.
"Nel momento in cui il bambino nasce, il mondo nasce insieme a lui. Potremmo dire che, dal punto di vista del neonato, lui stesso e il mondo sono partoriti come una cosa sola: in quel momento, il bambino-mondo comincia a esistere. Proviamo a cercar di capire quale può essere il significato di questa parola: esistere. Per il bimbo vuol dire probabilmente, in un primo tempo, solo dispiacere. Nell'esistenza ci sono parecchie cose che non vanno: traumi, fatica, bisogni. Un universo che non ha nulla di gradevole. E' verosimile che tutto ciò sia vissuto dal bambino, subito dopo la nascita, come una condizione di abbandono, di solitudine e di paura.
Ma ben presto arriva un elemento nuovo: il piacere. E precisamente il piacere di succhiare. Non c'è dubbio infatti che l'attività della suzione sia legata a una profonda emozione primitiva di piacere. [...] Naturalmente l'esperienza del piacere, cioè del succhiare, rompe nel neonato quella sensazione che ho definito prima "di abbandono e di solitudine": ora c'è qualcosa di buono, che va incorporato; c'è dunque un aspetto dell'universo che va "messo dentro", col quale identificarsi. "Un amico", potremmo chiamarlo col nostro linguaggio di adulti. La desolazione dei primi istanti di vita è superata. Da questo momento il bambino ha un compagno di viaggio. E QUESTO COMAPGNO SIETE VOI, LA MAMMA.
[...]
Il mezzo col quale il bambino manifesta le sue reazioni, il canale mediante il quale egli comunica con noi, è il pianto.
[...]
Poniamoci ora una seconda domanda: come percepisce il neonato ciò che sta intorno a lui? che cosa signifcano per lui la presenza e l'affetto della mamma, la soddisfazione dei suoi bisogni, l'essere curato con tenerezza?
[...] La presenza della mamma si associa nella mente del bambino alla soddisfazione dei suoi bisogni e in particolare del suo bisogno di mangiare. La presenza della mamma costituisce pertanto un piacere, e il neonato la sente come qualcosa di buono.
Attenzione però: il piccino non sa che si tratta di una persona diversa da lui; si rende conto soltanto che esiste qualcosa di buono che, per quel che lui ne sa, potrebbe anche far parte del suo medesimo organismo. Potremmo chiamare questo qualcosa, per usare un linguaggio psicanalitico, col nome di fantasma. La presenza fisica, reale, della mamma, è dunque un fantasma buono.
Ora vediamo che cosa succede quando la mamma non c'è. Prima di tutto occorre precisare che per il bambino la scomparsa della mamma dal suo campo visivo equivale a una scomparsa dal mondo, una scoparsa assoluta, una totale e difinitiva assenza di quel bene, di quel piacere che abbiamo appena descritto. IL PICCINO NON SA CHE LA MAMMA TORNERA', CHE C'E' SEMPRE, ANCHE SE LUI NON LA VEDE E NON LA SENTE. EGLI SI RENDE CONTO SOLTANTO CHE NEL SUO UNIVERSO IL BUONO MANCA, NON C'E' PIU', NON ESISTE.
Supponiamo adesso che si avvicini l'ora della poppata: il neonato ha fame e la mamma non c'è. La fame viene naturalmente sentita come un dispiacere, e questo stimola nel bambino il formarsi di cariche di aggrassività contro un mondo che contiene tale dispiacere. Un'aggressività che, essendo scaturita dalla fame-dispiacere, sarà ovviamente localizzata alla bocca. Ora, questa cosa "cattiva" che è la fame-dispiacere-aggressività, il neonato tenderà a cacciarla fuori di sé, come cerca di fare con tutto ciò che è dispiacere, ed essa diventerà pertanto qualcosa di cattivo che sta fuori, e cioè un fantasma cattivo. E siccome l'aggressività "mandata fuori" è, come abbiamo visto, una aggressività localizzata nella bocca, ecco che il fantasma cattivo sarà un fantasma con una bocca aggressiva, e cioè un fantasma divoratore.
L'ASSENZA DELLA MAMMA DUNQUE SI TRADUCE PER IL BAMBINO NELL'ANGOSCIA DI ESSERE DIVORATO.
Di fronte a questo pericolo il neonato avverte un senso di impotenza, di paralisi: egli non può fare nulla. Si abbandona allora a una reazione di panico generalizzata, urla a squarciagola e con violenza sempre maggione man mano che passa il tempo, fino a che la sua agitazione diventa esasperata e raggiunge una intensità massima. A questo punto la stessa violenza della sua collera trasferisce in un certo senso l'impotenza e la paralisi a livello dell'apparato polmonare e blocca la respirazione del piccino, così ch'egli comincia a soffrire d'asfissia [...] è un momento veramente drammatico per il bambino: la sua stessa paura si è rivolta contro di lui e lo soffoca. Egli viene letteralmente travolto dall'angoscia.
Qui si devono fare due precisazioni: in primo luogo va detto che questa sequenza di pianto, agitazione, arresto del respiro e cianosi non comporta nessun danno e nessun rischio sul piano puramente fisico. [...] SUL PIANO PSICOLOGICO VICEVERSA QUESTE CRISI DI ANGOSCIA CON PARALISI SEMBRANO LASCIARE TRACCE INDELEBILI, che frequentemente emergono dai nostri sogni.
[...]
Il nutrire il bambino, il curarlo, l'abbracciarlo, il farlo addormentare e così via, cioè tutti i contatti con lui imbevuti di affetto e tenerezza, sono stati giustamente definiti "atti materni". IL BAMBINO, FIN DAL MOMENTO DELLA NASCITA, HA UN GRANDE BISOGNO DI ATTI MATERNI, CHE è COME DIRE DI PRENSENZA UMANA, DI AIUTO, DI DIFESA. [...] Inoltre, il sentire la presenza materna che elimina i suoi dispiaceri, come la fame, l'immonilità, la solitudine, eccetera, FA NASCERE NEL BIMBO UNA SPECIE DI PRIMITIVA FIDUCIA NEL MONDO. Questo senso di fiducia, di sicurezza, di essere protetto, è in fondo la sua prima conquista sociale, quella che gli permetterà in seguito di affrontare i dispiaceri e le privazioni, in quanto saprà che alle sue spalle ci sarà sempre qualcuno che lo aiuterà e gli starà vicino.
Ma nel rapporto che si stabilisce fra mamma e bambino in occasione della poppata c'è qualcosa di ancora più profondo e basilare, nel campo delle acquisizioni sociali. Come abbiamo visto, il bambino, tende a incorporare l'oggetto buono; in questo caso la mamma-latte. Egli, anzi, tende a incorporarlo con tutte le sue facoltà: con la bocca, innanzitutto, ma anche con l'odorato, con la vista, col tatto. Egli "assorbe" la mamma attraverso tutto il proprio organismo. Ora, se questa incorporazione si svolge regolarmente, suscitando nel piccino senzazioni di piacere e di benessere, EGLI IMPARERA' A POCO A POCO L'ATTEGGIAMENTO SOCIALE DEL SAPER PRENDERE, DEL SAPER RICEVERE, CHE E' OVVIAMENTE L'ANTICAMERA DEL SAPER DARE. L'AMORE UMANO, NELLE SUE VARIE FORME, COMINCIA DI QUI".
Ma ecco la chicca che vi dicevo. Ascoltate.
"Non c'è da sperare, beninteso, che col solo fatto di mantenere una regolarità di vita si possa indurre un neonato a mangiare e dormire, e basta. Qualche volta, per buono che sia, darà fiato alle sue trombe, ed esprimerà le suo opinioni ululando con tutto il vigore di cui dispone. Che cosa si deve fare? Prenderlo in braccio e consolarlo? o lasciare che "si sfoghi" per conto suo?
Molti dicono che se si prende un bimbo in braccio tutte le volte che piange gli si danno i "vizi", e che lo si deve lascire lì dov'è fin che si è stancato. Così, dicono costoro, "imparerà a essere buono".
METTIAMO SUBITO IN CHIARO CHE I COSIDDETTI "VIZI" NON ESISTONO. Sono un'invenzione di certi educatori di tipo tradizionale, ferrei, "tutti d'un pezzo", arcigni e pericolosi. SE UN NEONATO PIANGE, UN MOTIVO C'E'. Può darsi che abbia fame, o sete, o sonno, o caldo; oppure che sia scomodo o bagnato e a disagio per altri motivi. E PUO' DARSI CHE VOGLIA SOLTANTO COMPAGNIA. Se avete letto il paragrafo dedicato "al mondo dal suo punto di vista", capirete subito quanta ragione abbia un bambino a chiedere la presenza della mamma; e vi renderete conto di quali consegenze sarete responsabili se non risponderete al suo richiamo. IL BAMBINO CHE CHIAMA E NON SENTE ARRIVARE NESSUNO, CHE PIANGE E NON OTTIENE RISPOSTA, FINISCE COL PERDERE LA FIDUCIA NEL MONDO. E IL GUAIO E' CHE LA PERDE PER SEMPRE.
CERTO LO SO BENISSIMO CHE SE A UN BIMBO NON SI RISPONDE MAI EGLI PRIMA O DOPO SI RASSEGNA E RINUNCIA A LANCIARE I SUOI APPELLI VERSO UN MONDO CHE, TANTO, NON LO ASCOLTA. A QUESTO PUNTO, SECONDO GLI EDUCATORI DI CUI DICEVO PRIMA, IL BAMBINO E' DIVENTATO "BUONO". CIOE' STA ZITTO E NON DISTURBA NESSUNO. MA NON E' DIVENTATO BUONO; HA SEMPLICEMENTE ACCETTATO LA SCONFITTA. FRANCAMENTE, NON MI PARE UN SUCCESSO DI CUI CI SI POSSA VANTARE".
E Estivill è sistemato, mi pare, con buona pace di tutti i suoi sostenitori. Dopo queste parole, che trasudano una verità che solo in malafede si potrebbe negare, mi sembra che sul lasciare piangere i bambini per "insegnagli qualcosa" (a mangiare, a dormire, a stare tranquilli) non ci sia più nulla da dire.
Aggiungo l'ultimo pezzetto.
"D'altra parte, certe volte il bambino ha davvero bisogno di sfogarsi, di "buttare fuori" col pianto un "fantasma cattivo" che ha dentro di sé. Non si deve perciò impedirgli, a ogni costo, di piangere. Basterà che gli facciate sentire la vostra presenza, che lo accarezziate, che lo prendiate un po' in braccio, che gli parliate. E poi lasciate pure che strepiti a suo piacimento. Dopo esservi assicurata, ovviamente, che il suo pianto non sia causato da qualche dolore o disagio fisico.
In conclusione, direi che la regola deve essere questa: PRENDETE IN BRACCIO SPESSO IL VOSTRO BAMBINO, E NON SOLTANTO QUANDO PIANGE. Se piange apparentemente senza motivo, è probabile che voglia la vostra compagnia, e in tal caso farete bene a dargliela, tutte le volte che vi è possibile. Se questa non gli basta, lasciatelo strillare senza innervosirvi; vuol dire che lui ha bisogno di uno sfogo".
Ciao,
Francesca.
Quando aspettavo Arturo, immmancabile è arrivato il librone tradizionale sulla puericultura. Si tratta di un libro di grandissima divulgazione, forse il più regalato e il più letto dalle future mamme. Si tratta di "Il nuovo bambino" di Marcello Bernardi, un pediatra di lunghissima esperienza. Il libro, di più di 700 pagine, su molte cose di attesta su opinioni del tutto mainstream: anche sull'allatamento materno, benché dica che è l'opzione migliore spiegandone i motivi, poi finisce per dire che che va fatto ad orari, che bisogna limitare la durata delle poppate ecc. ecc.
Ma ciò che fin da allora mi colpì, non avevo mai avuto figli, sono stati alcuni paragrafi, disseminati qua e là nel libro, che si concentravano diciamo così sui "sentimenti" o percezioni del bambino. Il linguaggio usato è imbevuto di psicanalisi, ma rileggendoli ancora adesso questi passi mi sembrano straordinari, tanto più per il fatto che stanno dentro un libro tradizionale. E il fatto che tante mamme lo leggeranno e l'hanno letto mi fa ben sperare, visto che in fondo queste riflessioni psico-filosofiche sul bambino non fanno altro che dare un sostegno a qualcosa che tutte le mamme, anche quelle più indurite, nel profondo sentono.
Mi sono decisa adesso a mettere il topic perché Bernardi tocca molti punti che ci stanno a cuore, alcuni dei quali sono per noi ora di attualità (vedi l'articolo di Antonella sul significato del pianto del bambino o sul "metodo-Estivill") o lo sono stati (il topic sul lasciar sfogare i bambini).
Vi riporto alcuni passi. Sono un po' lunghi. Leggete fino in fondo, ne vale la pena. Anche perché la vera chicca, per me, è proprio l'ultima citazione.
Metto in MAIUSCOLO le parti che voglio sottolineare (quelle che di solito nelle citazioni si mettono in corsivo).
Buona lettura.
"Nel momento in cui il bambino nasce, il mondo nasce insieme a lui. Potremmo dire che, dal punto di vista del neonato, lui stesso e il mondo sono partoriti come una cosa sola: in quel momento, il bambino-mondo comincia a esistere. Proviamo a cercar di capire quale può essere il significato di questa parola: esistere. Per il bimbo vuol dire probabilmente, in un primo tempo, solo dispiacere. Nell'esistenza ci sono parecchie cose che non vanno: traumi, fatica, bisogni. Un universo che non ha nulla di gradevole. E' verosimile che tutto ciò sia vissuto dal bambino, subito dopo la nascita, come una condizione di abbandono, di solitudine e di paura.
Ma ben presto arriva un elemento nuovo: il piacere. E precisamente il piacere di succhiare. Non c'è dubbio infatti che l'attività della suzione sia legata a una profonda emozione primitiva di piacere. [...] Naturalmente l'esperienza del piacere, cioè del succhiare, rompe nel neonato quella sensazione che ho definito prima "di abbandono e di solitudine": ora c'è qualcosa di buono, che va incorporato; c'è dunque un aspetto dell'universo che va "messo dentro", col quale identificarsi. "Un amico", potremmo chiamarlo col nostro linguaggio di adulti. La desolazione dei primi istanti di vita è superata. Da questo momento il bambino ha un compagno di viaggio. E QUESTO COMAPGNO SIETE VOI, LA MAMMA.
[...]
Il mezzo col quale il bambino manifesta le sue reazioni, il canale mediante il quale egli comunica con noi, è il pianto.
[...]
Poniamoci ora una seconda domanda: come percepisce il neonato ciò che sta intorno a lui? che cosa signifcano per lui la presenza e l'affetto della mamma, la soddisfazione dei suoi bisogni, l'essere curato con tenerezza?
[...] La presenza della mamma si associa nella mente del bambino alla soddisfazione dei suoi bisogni e in particolare del suo bisogno di mangiare. La presenza della mamma costituisce pertanto un piacere, e il neonato la sente come qualcosa di buono.
Attenzione però: il piccino non sa che si tratta di una persona diversa da lui; si rende conto soltanto che esiste qualcosa di buono che, per quel che lui ne sa, potrebbe anche far parte del suo medesimo organismo. Potremmo chiamare questo qualcosa, per usare un linguaggio psicanalitico, col nome di fantasma. La presenza fisica, reale, della mamma, è dunque un fantasma buono.
Ora vediamo che cosa succede quando la mamma non c'è. Prima di tutto occorre precisare che per il bambino la scomparsa della mamma dal suo campo visivo equivale a una scomparsa dal mondo, una scoparsa assoluta, una totale e difinitiva assenza di quel bene, di quel piacere che abbiamo appena descritto. IL PICCINO NON SA CHE LA MAMMA TORNERA', CHE C'E' SEMPRE, ANCHE SE LUI NON LA VEDE E NON LA SENTE. EGLI SI RENDE CONTO SOLTANTO CHE NEL SUO UNIVERSO IL BUONO MANCA, NON C'E' PIU', NON ESISTE.
Supponiamo adesso che si avvicini l'ora della poppata: il neonato ha fame e la mamma non c'è. La fame viene naturalmente sentita come un dispiacere, e questo stimola nel bambino il formarsi di cariche di aggrassività contro un mondo che contiene tale dispiacere. Un'aggressività che, essendo scaturita dalla fame-dispiacere, sarà ovviamente localizzata alla bocca. Ora, questa cosa "cattiva" che è la fame-dispiacere-aggressività, il neonato tenderà a cacciarla fuori di sé, come cerca di fare con tutto ciò che è dispiacere, ed essa diventerà pertanto qualcosa di cattivo che sta fuori, e cioè un fantasma cattivo. E siccome l'aggressività "mandata fuori" è, come abbiamo visto, una aggressività localizzata nella bocca, ecco che il fantasma cattivo sarà un fantasma con una bocca aggressiva, e cioè un fantasma divoratore.
L'ASSENZA DELLA MAMMA DUNQUE SI TRADUCE PER IL BAMBINO NELL'ANGOSCIA DI ESSERE DIVORATO.
Di fronte a questo pericolo il neonato avverte un senso di impotenza, di paralisi: egli non può fare nulla. Si abbandona allora a una reazione di panico generalizzata, urla a squarciagola e con violenza sempre maggione man mano che passa il tempo, fino a che la sua agitazione diventa esasperata e raggiunge una intensità massima. A questo punto la stessa violenza della sua collera trasferisce in un certo senso l'impotenza e la paralisi a livello dell'apparato polmonare e blocca la respirazione del piccino, così ch'egli comincia a soffrire d'asfissia [...] è un momento veramente drammatico per il bambino: la sua stessa paura si è rivolta contro di lui e lo soffoca. Egli viene letteralmente travolto dall'angoscia.
Qui si devono fare due precisazioni: in primo luogo va detto che questa sequenza di pianto, agitazione, arresto del respiro e cianosi non comporta nessun danno e nessun rischio sul piano puramente fisico. [...] SUL PIANO PSICOLOGICO VICEVERSA QUESTE CRISI DI ANGOSCIA CON PARALISI SEMBRANO LASCIARE TRACCE INDELEBILI, che frequentemente emergono dai nostri sogni.
[...]
Il nutrire il bambino, il curarlo, l'abbracciarlo, il farlo addormentare e così via, cioè tutti i contatti con lui imbevuti di affetto e tenerezza, sono stati giustamente definiti "atti materni". IL BAMBINO, FIN DAL MOMENTO DELLA NASCITA, HA UN GRANDE BISOGNO DI ATTI MATERNI, CHE è COME DIRE DI PRENSENZA UMANA, DI AIUTO, DI DIFESA. [...] Inoltre, il sentire la presenza materna che elimina i suoi dispiaceri, come la fame, l'immonilità, la solitudine, eccetera, FA NASCERE NEL BIMBO UNA SPECIE DI PRIMITIVA FIDUCIA NEL MONDO. Questo senso di fiducia, di sicurezza, di essere protetto, è in fondo la sua prima conquista sociale, quella che gli permetterà in seguito di affrontare i dispiaceri e le privazioni, in quanto saprà che alle sue spalle ci sarà sempre qualcuno che lo aiuterà e gli starà vicino.
Ma nel rapporto che si stabilisce fra mamma e bambino in occasione della poppata c'è qualcosa di ancora più profondo e basilare, nel campo delle acquisizioni sociali. Come abbiamo visto, il bambino, tende a incorporare l'oggetto buono; in questo caso la mamma-latte. Egli, anzi, tende a incorporarlo con tutte le sue facoltà: con la bocca, innanzitutto, ma anche con l'odorato, con la vista, col tatto. Egli "assorbe" la mamma attraverso tutto il proprio organismo. Ora, se questa incorporazione si svolge regolarmente, suscitando nel piccino senzazioni di piacere e di benessere, EGLI IMPARERA' A POCO A POCO L'ATTEGGIAMENTO SOCIALE DEL SAPER PRENDERE, DEL SAPER RICEVERE, CHE E' OVVIAMENTE L'ANTICAMERA DEL SAPER DARE. L'AMORE UMANO, NELLE SUE VARIE FORME, COMINCIA DI QUI".
Ma ecco la chicca che vi dicevo. Ascoltate.
"Non c'è da sperare, beninteso, che col solo fatto di mantenere una regolarità di vita si possa indurre un neonato a mangiare e dormire, e basta. Qualche volta, per buono che sia, darà fiato alle sue trombe, ed esprimerà le suo opinioni ululando con tutto il vigore di cui dispone. Che cosa si deve fare? Prenderlo in braccio e consolarlo? o lasciare che "si sfoghi" per conto suo?
Molti dicono che se si prende un bimbo in braccio tutte le volte che piange gli si danno i "vizi", e che lo si deve lascire lì dov'è fin che si è stancato. Così, dicono costoro, "imparerà a essere buono".
METTIAMO SUBITO IN CHIARO CHE I COSIDDETTI "VIZI" NON ESISTONO. Sono un'invenzione di certi educatori di tipo tradizionale, ferrei, "tutti d'un pezzo", arcigni e pericolosi. SE UN NEONATO PIANGE, UN MOTIVO C'E'. Può darsi che abbia fame, o sete, o sonno, o caldo; oppure che sia scomodo o bagnato e a disagio per altri motivi. E PUO' DARSI CHE VOGLIA SOLTANTO COMPAGNIA. Se avete letto il paragrafo dedicato "al mondo dal suo punto di vista", capirete subito quanta ragione abbia un bambino a chiedere la presenza della mamma; e vi renderete conto di quali consegenze sarete responsabili se non risponderete al suo richiamo. IL BAMBINO CHE CHIAMA E NON SENTE ARRIVARE NESSUNO, CHE PIANGE E NON OTTIENE RISPOSTA, FINISCE COL PERDERE LA FIDUCIA NEL MONDO. E IL GUAIO E' CHE LA PERDE PER SEMPRE.
CERTO LO SO BENISSIMO CHE SE A UN BIMBO NON SI RISPONDE MAI EGLI PRIMA O DOPO SI RASSEGNA E RINUNCIA A LANCIARE I SUOI APPELLI VERSO UN MONDO CHE, TANTO, NON LO ASCOLTA. A QUESTO PUNTO, SECONDO GLI EDUCATORI DI CUI DICEVO PRIMA, IL BAMBINO E' DIVENTATO "BUONO". CIOE' STA ZITTO E NON DISTURBA NESSUNO. MA NON E' DIVENTATO BUONO; HA SEMPLICEMENTE ACCETTATO LA SCONFITTA. FRANCAMENTE, NON MI PARE UN SUCCESSO DI CUI CI SI POSSA VANTARE".
E Estivill è sistemato, mi pare, con buona pace di tutti i suoi sostenitori. Dopo queste parole, che trasudano una verità che solo in malafede si potrebbe negare, mi sembra che sul lasciare piangere i bambini per "insegnagli qualcosa" (a mangiare, a dormire, a stare tranquilli) non ci sia più nulla da dire.
Aggiungo l'ultimo pezzetto.
"D'altra parte, certe volte il bambino ha davvero bisogno di sfogarsi, di "buttare fuori" col pianto un "fantasma cattivo" che ha dentro di sé. Non si deve perciò impedirgli, a ogni costo, di piangere. Basterà che gli facciate sentire la vostra presenza, che lo accarezziate, che lo prendiate un po' in braccio, che gli parliate. E poi lasciate pure che strepiti a suo piacimento. Dopo esservi assicurata, ovviamente, che il suo pianto non sia causato da qualche dolore o disagio fisico.
In conclusione, direi che la regola deve essere questa: PRENDETE IN BRACCIO SPESSO IL VOSTRO BAMBINO, E NON SOLTANTO QUANDO PIANGE. Se piange apparentemente senza motivo, è probabile che voglia la vostra compagnia, e in tal caso farete bene a dargliela, tutte le volte che vi è possibile. Se questa non gli basta, lasciatelo strillare senza innervosirvi; vuol dire che lui ha bisogno di uno sfogo".
Ciao,
Francesca.