La battaglia è... in tavola!
Inviato: gio ott 06, 2005 12:36 pm
Inizia male ma cerca di riprendersi verso la fine. Stavo per buttarla ne cestino, voi cosa ne pensate?
da newsletter Chicco
La battaglia è.... in tavola
Che ogni bambino sia diverso dall'altro è fuor di dubbio. E che l'alimentazione sia l'ambito nel quale le differenze si notano in modo più evidente è altrettanto indiscutibile. Ci sono bambini che sperimentano con voracità e senza alcun indugio ogni tipo di cibo ed altri capaci di trascorrere ore di fronte allo stesso piatto. Questione, quasi sempre, di carattere e di personale propensione verso un alimento piuttosto che un altro. Tuttavia, quando la guerra della pappa diviene sistematica, non si può prescindere dalla necessità di educare il piccolo ad una alimentazione adeguata. Senza imposizioni, però. Per vincere la battaglia, gli “ingredienti” sono soltanto comprensione, pazienza e rispetto dei bisogni di un bambino.
Il meccanismo di autoregolamentazione alimentare dei piccoli, del resto, funziona meglio di quanto immaginiamo e sono davvero rari i casi in cui un bambino ha davvero problemi di inappetenza. A determinare atteggiamenti di rifiuto intervengono quasi sempre cause del tutto marginali. Come ad esempio il desiderio di affermazione. Quale migliore occasione del pranzo e della cena per dire “no”? Il rifiuto del cibo da parte del piccolo crea nei suoi genitori una apprensione senza paragoni. Ed è proprio questa la strategia vincente di un bambino, quella che gli permette, meglio di ogni altra, di interpretare il proprio legittimo ruolo di “piccolo ribelle” alla conquista dell'indipendenza.
In ogni caso inasprire il conflitto si rivela quasi sempre fallimentare. Niente guerre all'ultimo cucchiaio, quindi, né ricatti del tipo “se non finisci non ti alzi dalla sedia”, o peggio ancora, “devi finire tutto altrimenti non diventerai mai grande come tuo padre”. Il pericolo di perdere la battaglia – e di conseguenza credibilità e autorevolezza – è altissimo. E non solo. Minacce e ricatti non fanno che sottolineare il problema aumentando, di conseguenza, il grado di interesse per la “sfida”. Da evitare anche inutili e controproducenti paragoni con fratellini più bravi “che hanno già mangiato tutto”, così come le retoriche frasi quali “pensa ai bambini che non hanno nulla da mangiare”. Lui è già impegnato a mettere alla prova la resistenza dei suoi genitori. Responsabilizzarlo con i problemi altrui, conduce, semmai capitasse, alla conquista di successi occasionali e, cosa più grave, genera ansia nel piccolo che rischia di instaurare un rapporto comunque sbagliato con il cibo.
La regola principale per trasformare il momento del pranzo in un pasto sereno è solo quella di gestire il passaggio facendo “convivere” fermezza e comprensione. Nella maggioranza dei casi ad esempio il bambino non “mangia poco”, semplicemente non mangia come si aspetterebbero mamma e papà. Che spesso propongono porzioni troppo grandi rispetto alle sue possibilità. Meglio, allora, ridurre il piatto ed allargare, piuttosto, la varietà dei cibi proposti. Ci sono poi piccole strategie da mettere in campo. I bambini, ad esempio, si annoiano a masticare: al posto della fettina si può, quindi, proporre della carne tritata.
Altrettanto importante è coinvolgere il piccolo nella preparazione del pasto, lasciando che osservi ciò che fanno i suoi genitori e permettendogli di intervenire. Anche portarlo a fare la spesa può essere utile: scoprire forme e colori di un cibo può essere un invito a scegliere. E servirà ad abituare il piccolo a lasciarsi tentare dall'assaggiare alimenti diversi, secondo il proprio istinto. Tuttavia se un cibo viene categoricamente rifiutato, meglio non insistere. Lo si può riproporre, certo, ma senza forzature. Il rifiuto è, molto spesso, la semplice conseguenza di una mancanza di entusiasmo per un determinato alimento: ci sono bambini che amano le carote, altri che prediligono il pomodoro, bambini a cui “piace” mangiare e bambini che mangiano solo per nutrirsi. Dipende dalla loro “personalità”. Che noi adulti non possiamo fare a meno di accettare, così com'è.
da newsletter Chicco
La battaglia è.... in tavola
Che ogni bambino sia diverso dall'altro è fuor di dubbio. E che l'alimentazione sia l'ambito nel quale le differenze si notano in modo più evidente è altrettanto indiscutibile. Ci sono bambini che sperimentano con voracità e senza alcun indugio ogni tipo di cibo ed altri capaci di trascorrere ore di fronte allo stesso piatto. Questione, quasi sempre, di carattere e di personale propensione verso un alimento piuttosto che un altro. Tuttavia, quando la guerra della pappa diviene sistematica, non si può prescindere dalla necessità di educare il piccolo ad una alimentazione adeguata. Senza imposizioni, però. Per vincere la battaglia, gli “ingredienti” sono soltanto comprensione, pazienza e rispetto dei bisogni di un bambino.
Il meccanismo di autoregolamentazione alimentare dei piccoli, del resto, funziona meglio di quanto immaginiamo e sono davvero rari i casi in cui un bambino ha davvero problemi di inappetenza. A determinare atteggiamenti di rifiuto intervengono quasi sempre cause del tutto marginali. Come ad esempio il desiderio di affermazione. Quale migliore occasione del pranzo e della cena per dire “no”? Il rifiuto del cibo da parte del piccolo crea nei suoi genitori una apprensione senza paragoni. Ed è proprio questa la strategia vincente di un bambino, quella che gli permette, meglio di ogni altra, di interpretare il proprio legittimo ruolo di “piccolo ribelle” alla conquista dell'indipendenza.
In ogni caso inasprire il conflitto si rivela quasi sempre fallimentare. Niente guerre all'ultimo cucchiaio, quindi, né ricatti del tipo “se non finisci non ti alzi dalla sedia”, o peggio ancora, “devi finire tutto altrimenti non diventerai mai grande come tuo padre”. Il pericolo di perdere la battaglia – e di conseguenza credibilità e autorevolezza – è altissimo. E non solo. Minacce e ricatti non fanno che sottolineare il problema aumentando, di conseguenza, il grado di interesse per la “sfida”. Da evitare anche inutili e controproducenti paragoni con fratellini più bravi “che hanno già mangiato tutto”, così come le retoriche frasi quali “pensa ai bambini che non hanno nulla da mangiare”. Lui è già impegnato a mettere alla prova la resistenza dei suoi genitori. Responsabilizzarlo con i problemi altrui, conduce, semmai capitasse, alla conquista di successi occasionali e, cosa più grave, genera ansia nel piccolo che rischia di instaurare un rapporto comunque sbagliato con il cibo.
La regola principale per trasformare il momento del pranzo in un pasto sereno è solo quella di gestire il passaggio facendo “convivere” fermezza e comprensione. Nella maggioranza dei casi ad esempio il bambino non “mangia poco”, semplicemente non mangia come si aspetterebbero mamma e papà. Che spesso propongono porzioni troppo grandi rispetto alle sue possibilità. Meglio, allora, ridurre il piatto ed allargare, piuttosto, la varietà dei cibi proposti. Ci sono poi piccole strategie da mettere in campo. I bambini, ad esempio, si annoiano a masticare: al posto della fettina si può, quindi, proporre della carne tritata.
Altrettanto importante è coinvolgere il piccolo nella preparazione del pasto, lasciando che osservi ciò che fanno i suoi genitori e permettendogli di intervenire. Anche portarlo a fare la spesa può essere utile: scoprire forme e colori di un cibo può essere un invito a scegliere. E servirà ad abituare il piccolo a lasciarsi tentare dall'assaggiare alimenti diversi, secondo il proprio istinto. Tuttavia se un cibo viene categoricamente rifiutato, meglio non insistere. Lo si può riproporre, certo, ma senza forzature. Il rifiuto è, molto spesso, la semplice conseguenza di una mancanza di entusiasmo per un determinato alimento: ci sono bambini che amano le carote, altri che prediligono il pomodoro, bambini a cui “piace” mangiare e bambini che mangiano solo per nutrirsi. Dipende dalla loro “personalità”. Che noi adulti non possiamo fare a meno di accettare, così com'è.