eccomi qui!
Mi fa molto piacere leggere questo! Istintivamente, sono rimasta sorpresa da questa risposta non filonaturalista dalla parte di un naturopata, poi mi sono detta che invece è logico che proprio un naturopata sia la persona più sensibile alla complessità ed ambiguità del concetto di natura.Marco Valussi ha scritto: sono del tutto d'accordo con il tuo argomento rispetto all'utilizzo del concetto di natura e naturalità come strumento per la discussione etica. Anzi, sono sempre molto preoccupato di questo schiacciamento dell'etica sul naturalismo ingenuo (natura come armonia, salute, felicità, ecc.) non solo perchè facilmente attaccabile, ma perchè è proprio un cattivo strumento per interpretare o leggere la realtà, mi pare.
Alla fine, più sei dentro ad un campo o un argomento, più ti accorgi delle sue involuzioni e contraddizioni, sfumature ed incertezze... Con l'antivivisezionsimo scientifico per me succede un po' lo stesso: il discorso funziona finché si resta al di fuori della scienza e se ne conserva un'immagine coerente e piatta, che però non corrisponde alla realtà, frammentaria e complessa, che appare appena ci si avvicina un po'...
Anche qui siamo perfettamente in linea: l'appropriazione e manipolazione di corpi a scopo di ricerca presuppone il paradigma sperimentale che si fonda su una determinata percezione del vivente. Ora, tale percezione risponde ad un'evoluzione del pensiero scientifico che non può essere distaccata dall'evoluzione storica ed economica. Ma tale percezione, per quanto efficace (e poi, efficace a cosa? per chi?...) non è certo l'unica possibile. È proprio questa la chiave del superamento della sperimentazione animale attraverso una rifondazione della medicina di cui parlavo: quando la società si sarà evoluta in senso egualitario e solidale, il paradigma oggettivante-meccanicista-quantificante del vivente (che è funzionale al dominio) e la pratica di appropriazione di corpi (che esprime il dominio nella sua logica di selezione) scompariranno e la medicina si adatterà di conseguenza, imboccando nuove strade teoriche che ora ci è impossibile immaginare. Perché ciò avvenga, ho detto che occorre che il movimento contro la sperimentazione si allei con gli altri movimenti trasformativi della realtà (dire che l'animalismo non è ne di destra né di sinistra non ha alcun senso: se si vuole che la società evolva in direzione egualitaria e solidale, la strada è una sola...).Di nuovo, sono d'accordo con il fatto che, soprattutto nel passato, certa sperimentazione animale è senza dubbio stata importante, ed in certi casi fondamentale per la ricerca scientifica (ma non in maniera neutra, ha contribuito al formarsi di un paradigma specifico di ricerca, molto potente ma con altri limiti)
Capisco. Mi sembra anche che le biotecnologie rappresentino un tentativo di correggere la problematicità delle generalizzazioni.ed anche ora è indubbio che la sperimentazione animale di tipo euristico (cioè tesa non a confermare delle ipotesi ma a crearne di nuove, diciamo una sperimentazione abduttiva) ha dei possibili riscontri. Sono però convinto che, data la natura delle sperimentazioni biomediche sempre più interessate ai meccanismi molecolari, la moderna ricerca è sempre più legata a particolarità specie-specifiche, e quindi sempre meno generalizzabili.
Mi proponi un'obiezione che mi è stata fatta da un'antispecista utilitarista. Secondo questa persona, che ovviamente non condivide la prospettiva dei diritti assoluti, l'utilità pratica della sperimentazione dovrebbe essere verificata caso per caso analizzando le conseguenze positive e negative su tutti i soggetti coinvolti. Di conseguenza, pur essendo politicamente contro la sperimentazione animale, questa persona ritiene che sul piano dell'argomentazione etica la sua abolizione non sia difendibile per chi ritiene che siano da considerarsi anche le conseguenze negative dell'abolizione.Ma quello che mi da da pensare è questo, tu dici (hai detto anche nel passato) possiamo fare a meno della discussione sulla sientificità dato che ci basta la discussione sull'eticità, anzi, è meglio non concentrarsi troppo sul lato scientifico per non esserne troppo limitati. Non ti pare però che questo slegare i due discorsi possa andare bene solo per alcuni approcci etici al problema degli esseri senzienti non umani? Voglio dire, se io mi avvicino all'argomento utilizzando gli strumenti dell'etica dei diritti fondamentali individuali, è chiaro che posso dire: devo prescindere dai possibili risultati della ricerca, xchè in ogni caso non accetterei alcun beneficio per l'essere umano (o anche per altri animali) che derivi dall'utilizzo strumentale di altri esseri senzianti. Ma se invece io penso che i diritti siano un'utile finzione? Se approccio il problema dal punto di vista utilitaristico/consequenzialista? In questo caso mi pare che mantenere un certo legame tra i due ambiti di discussione possa essere un asset, perchè mi permette di dire: si, riconosco e accetto il problema delle conseguenze positive della sperimentazione, ma fatta una disamina dei dati a nostra disposizione posso dire che esse sono così esigue e così indirette che esse non giustificano l'utilizzo strumentale.
Che dici?
ciao
marco
Per diverso tempo ho cercato di rispondere a questa persona senza riuscirci. Recentemente ho capito che la mia difficoltà nasce dal fatto che tutto il problema è presentato in un modo tale da essere irrisolvibile, perché viziato dall'ideologia. Per spiegare perché, devo utilizzare delle coordinate marxiste, quindi mi rendo conto che se tu non le accetti, la mia risposta non avrà alcun senso; eppure non esiste altra via per risolvere il problema. (cioè, esiste sempre la via di fuga dell'antivivisezionismo scientifico, come suggerisci tu, ma veramente io proprio non ci credo...:-))
Abbiamo un tipo di scienza che, come ho detto sopra, è legata ad una società oppressiva e dunque lavora utilizzando un paradigma che esprime rapporti di dominio: per questo, essa non può che esprimersi in modo contraddittorio. La contraddizione più grande, nelle società fondate su divisioni in classi, è che i produttori della ricchezza (gli schiavi, gli operai, i dominati in genere) non fruiscono dei beni da loro prodotti, che sono invece destinati ai dominanti. Il paradigma sperimentale può essere interpretato con lo stesso schema: esso utilizza e manipola alcuni corpi (le cavie, i dominati in genere) per la salute di altri corpi (quelli dei dominanti).
Nel problema che poni, il paradosso è che si cerca di risolvere questa contraddizione attraverso le categorie etiche elaborate dalle classi dominanti (utilitarismo, diritti) che vorrebbero risolvere la contraddizione sul piano delle idee e lasciano intatta la base reale della contraddizione, cioè la società classista. Mi sembra chiaro che se la società non evolve, la scienza non cambia paradigma (nei termini spiegati prima) e il problema rimane irrisolvibile.
Che ne dici?
Agnese