Latouche: Che cos'è la decrescita

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Gianluca Ricciato
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Latouche: Che cos'è la decrescita

Messaggio da Gianluca Ricciato » sab set 01, 2007 1:25 pm

Giro un brano tratto dall'ultimo libro di Serge Latouche, "La scommessa della decrescita"

Tratto dalla lista Rekombinant.org

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Latouche: Che cos'è la decrescita

"L'ecologia è sovversiva poichè mette in discussione l'immaginario
capitalista dominante. Ne contesta l'assunto fondamentale secondo cui il
nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi.
L'ecologia mette in luce l'impatto catastrofico della logica
capitalistica sull'ambiente naturale e sulla vita degli esseri umani"
(Cornelius Castoriadis)

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell'epoca della sesta estinzione
delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un
numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a
duecento, un dato drammatico superiore da mille a trentamila volte
quello dell'ecatombe delle ere geologiche passate.

Come scrive Jean-Paul Besset: "Dopo l'era dei ghiacci polari, non c'è
mai stato un ritmo di estinzione paragonabile a quello attuale". Durante
la quinta estinzione, avvenuta nell'era del Cretaceo 65 milioni di anni
fa, si è prodotta la fine dei dinosauri e di altri animali di grosse
dimensioni, probabilmente a causa dell'impatto della Terra con un
asteroide, ma questi mutamenti sono avvenuti in un arco di tempo ben più
lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a
differenza delle epoche precedenti, l'uomo è direttamente responsabile
della "deplezione" in corso della materia vivente e potrebbe addirittura
esserne vittima. Secondo il rapporto di Belpomme sui tumori e le analisi
del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell'umanità dovrebbe
avvenire ancor prima del previsto, ovvero verso il 2060, a causa della
sterilità diffusa dello sperma maschile prodotta dall'effetto di
pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli
inquinanti organici persistenti di cui i Cmr - cancerogeni, mutageni,
reprotossici - rappresentano la specie più "innocua").

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di
turbolenza, in senso proprio e figurato. L'accelerazione delle
catastrofi naturali - siccità, inondazioni, cicloni - è già in atto. Ai
cambiamenti climatici si aggiungono le guerre del petrolio (alle quali
seguiranno quelle dell'acqua) e probabili pandemie, e si prevedono
addirittura catastrofi di tipo biogenetico. Ormai è noto a tutti che
stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo
la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello
schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca
sull'Antartico all'università neozelandese di Victoria, "proseguire con
questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una
scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni
o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo". Quando i nostri
figli avranno sessant'anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto
diverso.

È noto inoltre che la causa di tutto ciò sono i nostri stili di vita
fondati su una crescita economica illimitata. Parlare di "decrescita"
significa dunque lanciare una sfida, azzardare una provocazione:
all'interno del nostro immaginario dominato dalla religione della
crescita e dell'economia, asserire la necessità della decrescita risulta
letteralmente blasfemo e chi sostiene simili posizioni è quantomeno
considerato iconoclasta, ma la realtà è che viviamo semplicemente in una
condizione del tutto schizofrenica. Il presidente francese Chirac, per
esempio, ha dichiarato alla Conferenza dell'Onu sull'ambiente di
Johannesburg (2002): "La casa brucia e noi intanto guardiamo da un'altra
parte". Inoltre, ha affermato che i nostri stili di vita sono
insostenibili, dal momento che gli europei consumano l'equivalente di
tre pianeti. Parole sante. Purtroppo, mentre pronunciava questi
discorsi, i suoi uomini, dietro suo mandato, lavoravano all'Unione
europea affinchè il Gaucho e il Paraquat, terribili pesticidi che
uccidono le api, provocano il cancro negli uomini e li rendono sterili,
non fossero iscritti nell'elenco dei prodotti proibiti. Inoltre, Chirac,
Blair e Schroeder si sono adoperati per ridurre drasticamente l'impatto
della direttiva Reach (Registration Evalutation and Authorisation of
Chemicals).

È inutile stilare la lista delle catastrofi ecologiche già in atto o
preannunciate, lo scenario è fin troppo noto, il problema è che non
riusciamo ad afferrarne la portata: la catastrofe è inimmaginabile fino
a quando non si è realmente prodotta. Siamo anche perfettamente
consapevoli di ciò che sarebbe necessario fare, ovvero cambiare
orientamento, ma in pratica non facciamo nulla. "Guardiamo altrove", e
intanto la casa continua a bruciare. A nostra discolpa è possibile
affermare che i grandi uomini della politica e dell'economia lavorano
per lasciarci in questo immobilismo - per esempio il World Business
Council for Sustainable Development (Wbcsd), il gruppo di industriali
desiderosi di preservare i loro profitti e il pianeta, ha al proprio
interno i principali inquinatori del pianeta ed è stato definito da un
ex ministro francese dell'Ambiente "un club di criminali in giacca e
cravatta". Sono proprio loro a continuare a gettare benzina (proveniente
dagli ultimi barili di petrolio) sul fuoco e intanto continuano a dire a
gran voce che questo è l'unico modo per spegnerlo. Si continua a
mantenere i medesimi orientamenti, addirittura perseguendoli con maggior
forza, al punto che è lecito riformulare la domanda posta già nel 1987
dal sociologo Jacques Godbout all'interno di un libro premonitore e poco
noto: "La crescita è davvero l'unica via d'uscita alla crisi della
crescita?".

Secondo l'amministratore delegato del nostro villaggio globale, George
W. Bush, la risposta è ovviamente affermativa. Il 14 febbraio 2002, a
Silver Spring, davanti all'Amministrazione americana della meteorologia,
ha infatti dichiarato che "la crescita è la chiave del progresso
dell'ambiente, poichè fornisce le risorse che permettono di investire
nelle tecnologie pulite; rappresenta dunque la soluzione e non il
problema". Non è da meno Chirac quando, in occasione del discorso di
auguri alla nazione per il 2006, ha scandito in modo quasi incantatorio:
"Crescita! Crescita! Crescita!". Simili orientamenti si conformano alla
più stretta ortodossia economica. Secondo l'economista Wilfred
Beckerman, "è evidente che, per quanto la crescita economica sia,
abitualmente e in un primo tempo, causa di degrado ambientale, in fin
dei conti, per la maggior parte dei paesi, il modo migliore - e
probabilmente l'unico - per avere condizioni ambientali decenti è
arricchirsi".

Questa posizione "filocrescita" è ampiamente condivisa. Sulla stampa,
l'annuncio della ripresa americana o cinese è sempre dato con toni
trionfalistici. I piani di rilancio (franco-tedeschi, italiani o
europei) si fondano sempre tutti su grandi opere (infrastrutture e
trasporti), che non possono che deteriorare ulteriormente le condizioni,
in particolare quelle climatiche. A fronte di questa situazione, il
silenzio della sinistra, di socialisti, comunisti, verdi, dell'estrema
sinistra e addirittura dei movimenti "altermondialisti", lascia
interdetti. A sinistra la crescita è, infatti, considerata come fonte di
soluzione della questione sociale, poichè crea posti di lavoro e ne
favorirebbe una ripartizione più equa.

Jean Gadrey sintetizza bene questa posizione: "Se è vero che la crescita
non può risolvere tutti i problemi, è giustamente considerata da molti
come chiave in grado di creare margini di manovra e di migliorare alcune
dimensioni della vita quotidiana, dell'impiego ecc... Tuttavia, così
facendo, si elude la questione del suo contenuto qualitativo (chi si è
migliorato?), o della sua ripartizione (la 'condivisione del valore
aggiuntò), e soprattutto si eludono alcune questioni relative alla sua
reale entità che, se dovessero essere rese note, rischierebbero di
indebolire la 'religionè dei tassi di crescita".

Solo qualche rara voce (Jean-Marie Haribey, Alain Lipietz e i
responsabili di Attac) esce dal coro e sostiene una "decelerazione della
crescita". Anche se si tratta di una posizione che, pur partendo da
buone intenzioni, si rivela in fin dei conti inefficace, poichè ci priva
nel contempo dei benefici della crescita e dei vantaggi della
decrescita. Michel Serres paragona l'ecologia riformista "a una nave che
si dirige alla velocità di 25 nodi verso una parete rocciosa e sulla
quale si scaglierà inevitabilmente, mentre sul ponte di comando il
capitano ordina di diminuire la velocità di un decimo, ma non di
invertire la rotta". Decelerare significa esattamente questo.

Nel 2004, il giornalista del settimanale francese "Politis"
specializzato nelle questioni riguardanti l'ecologia è stato costretto
alle dimissioni dopo aver messo in luce in un suo articolo la debolezza
dell'opposizione su questi temi. Il dibattito che ne è scaturito ha
rivelato tutto il disagio della sinistra. Il nodo della questione,
scrive un lettore della rivista, sta certamente "nella capacità di
sfidare una sorta di pensiero unico, condiviso da quasi tutta la classe
politica francese, secondo cui la nostra felicità deve passare per un
aumento della crescita, della produttività, del potere d'acquisto e
dunque per un aumento dei consumi". Come ha osservato Hervè Kempf a
proposito di questo caso: "La sinistra è davvero disposta a proclamare
la necessità di ridurre il consumo materiale, cardine dell'ecologismo?".

A rigor del vero è necessario ammettere che, da non molto, in Francia,
il tema della decrescita è oggetto di dibattito all'interno dei verdi,
della Confèderation paysanne, del movimento altermondialista, ma anche
in alcuni settori dell'opinione pubblica, soprattutto grazie al giornale
" La Decroissance " promosso dall'associazione Casseurs de pub.
Tuttavia, molti hanno preso posizioni aprioristicamente a favore o
contro, senza preoccuparsi di informarsi ulteriormente e deformando, se
necessario, le rare analisi proposte. Poichè sono stato spesso chiamato
in causa come "teorico della decrescita" (anche da "Le Monde
diplomatique"), mi pare opportuno dissipare alcuni malintesi e chiarire
in modo preciso i termini della questione. La mia posizione è
esattamente questa: dal momento che un cambiamento radicale è una
necessità assoluta, la scelta di una società della decrescita
rappresenta una sfida che vale la pena di cogliere per evitare una
brutale e drammatica catastrofe. Questo è il tema del libro.

Il termine "decrescita" in realtà è stato introdotto solo di recente
all'interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante le
idee sulle quali si fonda abbiano una storia molto lunga. Senza dover
risalire alle utopie del primo socialismo, nè alla tradizione anarchica
rinnovata dal situazionismo, il progetto di una società paragonabile a
quella che intendo per società della decrescita era già stato formulato
alla fine degli anni Sessanta da teorici come Ivan Illich, Andrè Gorz,
Francois Partant e Cornelius Castoriadis. Il fallimento dello sviluppo
nel Sud del pianeta e la perdita di punti di riferimento nel Nord hanno
portato molti analisti a mettere in discussione la società dei consumi,
il sistema di rappresentazione che la sottende, il progresso, la
scienza, la tecnica. A questo si è aggiunta la presa di coscienza della
crisi dell'ambiente.

L'idea di decrescita nasce dunque sia dalla consapevolezza della crisi
ecologica sia dalla critica della tecnica e dello sviluppo.
Fino a qualche anno fa, tuttavia, il termine "decrescita" non figurava
in alcun dizionario che trattasse di economia e società, mentre si
potevano trovare alcuni concetti simili, come "crescita zero", "sviluppo
sostenibile" e naturalmente "stato stazionario". Nondimeno,
l'espressione "decrescita" ha già una storia relativamente complessa ed
è ricca di significati sul piano politico ed economico. È tuttavia
necessario chiarirne il significato. Alcuni analisti malevoli sostengono
che si tratta di un concetto vecchio per poter così liquidare più
facilmente le proposte sovversive avanzate dagli attuali "obiettori
della crescita". Francois Vatin, per esempio, sostiene che già Adam
Smith aveva proposto una teoria della decrescita nei capitoli 7 e 9 de
La ricchezza della nazioni in cui evoca un ciclo di vita delle società
"che le fa passare dalla crescita accelerata (il caso delle colonie
dell'America del Nord) alla decrescita (il caso del Bengala) attraverso
uno stato stazionario (il caso della Cina)". In realtà, Vatin confonde
il concetto di regressione con quello di decrescita. Nella mia
accezione, decrescita non identifica nè lo stato stazionario dei
classici dell'economia, nè una forma di regressione, di recessione o di
"crescita negativa", e neppure la crescita zero - benchè alcuni aspetti
della decrescita si ritrovino in quest'ultimo concetto.

In linea con i pubblicitari, i media chiamano ormai "concept" qualsiasi
progetto alla base del lancio di un nuovo prodotto, anche di tipo
culturale, e non stupisce dunque il fatto che mi sia stato chiesto quali
siano i contenuti del "nuovo concept" decrescita. A costo di far
dispiacere qualcuno, dichiaro subito che decrescita non è un concetto,
almeno non nel senso tradizionale del termine, è improprio parlare di
"teoria della decrescita", come gli economisti hanno fatto per le teorie
della crescita, e soprattutto che decrescita non identifica un modello
pronto per l'uso. Decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma
è uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un "termine
esplosivo", dice Paul Aries, che cerca di interrompere la cantilena dei
drogati del produttivismo.

Decrescita è una parola d'ordine che significa abbandonare radicalmente
l'obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore
non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del
capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l'ambiente. A rigor
del vero, più che di "de-crescita", bisognerebbe parlare di
"a-crescita", utilizzando la stessa radice di "a-teismo", poichè si
tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del
progresso e dello sviluppo.

Decrescita è semplicemente uno slogan che raccoglie gruppi e individui
che hanno formulato una critica radicale dello sviluppo e interessati a
individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica del
doposviluppo. Decrescita è dunque una proposta per restituire spazio
alla creatività e alla fecondità di un sistema di rappresentazioni
dominato dal totalitarismo dell'economicismo, dello sviluppo e del
progresso.

I limiti della crescita sono definiti, nel contempo, sia dalla quantità
disponibile di risorse naturali non rinnovabili sia dalla velocità di
rigenerazione della biosfera per le risorse rinnovabili. Storicamente,
nella maggior parte delle società, queste risorse erano considerate
essenzialmente beni comuni (commons) che, nella maggioranza dei casi,
non appartenevano a nessun singolo individuo. Ciascuno poteva goderne
nei limiti delle regole d'uso della comunità. La stessa cosa avveniva
per le risorse rinnovabili: l'aria, l'acqua, la fauna e la flora
selvatiche, i pesci degli oceani e dei fiumi, e, con alcune restrizioni,
i pascoli, gli alberi secchi o il legno marcio e i pezzi di legna. L'uso
delle risorse non rinnovabili, i minerali del sottosuolo (tra cui l'olio
di terra, il petrolio), era governato da regimi di regolamentazione
posti sotto il controllo del principe o dello stato affinchè vi si
attingesse con criteri consoni alla loro esauribilità. Più generalmente,
l'assenza di sistematica mercificazione dei beni naturali e la
consuetudine limitavano l'uso di queste risorse a livelli accettabili.
La rapacità dell'economia moderna e la scomparsa dei vincoli comunitari,
quelli che Orwell chiama "decenza comune", hanno trasformato l'uso di
queste risorse in saccheggio sistematico.

Da questo punto di vista, il caso delle balene rivela chiaramente la
difficoltà rappresentata dalla protezione dell'ambiente. L'invenzione di
Steven Foyn nel 1870 del cannone-arpione esplosivo ha favorito
l'industrializzazione della caccia alla balena. Negli anni Venti è
schizzato in alto il numero di baleniere e nel 1938 è stata raggiunta la
cifra record di 54.835 balene catturate. Lo "stock" di balene, come è
noto a tutti, è ormai in via di esaurimento. L'industria della pesca si
è dunque spostata su nuove specie di dimensioni più piccole - la balena
blu, la balenottera, il capodoglio. L'introduzione di nuove materie
grasse è avvenuta tuttavia troppo tardi e, secondo la Commissione
baleniera internazionale, nell'Antartico, prima dei recenti
provvedimenti di divieto della pesca, restavano meno di 1000 balene blu,
2000 balenottere e 3000 capodogli. Diverse specie di balene sono
totalmente scomparse, mentre all'inizio del XX secolo esistevano
centinaia di migliaia di rappresentanti per ciascuna razza.

In definitiva, si prescinde dall'ambiente, lo si pone al di fuori della
sfera degli scambi mercantili e nessun dispositivo si oppone alla sua
distruzione. Ma in realtà, la concorrenza e il mercato, che ci
forniscono il cibo alle migliori condizioni, hanno effetti disastrosi
sulla biosfera.

Nulla interviene a limitare il saccheggio delle risorse naturali, la cui
gratuità permette di abbassare i costi. L'ordine naturale non è,
infatti, in grado di opporsi a queste dinamiche, per esempio non è
riuscito a salvare le Isole Mauritius o le balene blu della Terra del
Fuoco e solo l'incredibile fecondità naturale dei merluzzi potrà forse
risparmiare loro la sorte a cui vanno incontro le balene. Anche se non
possiamo esserne certi, poichè l'inquinamento degli oceani rappresenta
un grave pericolo per questa leggendaria fecondità. Il saccheggio dei
fondali marini e delle risorse alieutiche sembra irreversibile.

La dilapidazione di minerali prosegue in modo irresponsabile. I
cercatori d'oro individuali, come i garimpeiros d'Amazzonia, o le grandi
società australiane in Nuova Guinea non arretrano di fronte a nulla per
procurarsi l'oggetto della loro cupidigia. Peraltro, nel nostro sistema,
ogni capitalista, come ogni homo oeconomicus, è una sorta di cercatore
d'oro.

Gli indiani della British Columbia, costa occidentale del Canada (i
kwakiutl, haida, tsimshian, tlingt ecc.), hanno invece dato un buon
esempio di rapporti armoniosi tra uomo e biosfera. Secondo una leggenda,
i salmoni erano esseri umani come loro che vivevano in tribù in fondo al
mare, dove avevano le tende, e d'inverno decidevano di sacrificarsi per
i loro fratelli che abitavano sulla terraferma, allora diventavano
salmoni e si dirigevano verso le foci dei fiumi. Nella stagione in cui
risalivano il fiume, gli indiani accoglievano il primo salmone come un
ospite importante e lo mangiavano durante una cerimonia. Il suo
sacrificio era tuttavia considerato un prestito provvisorio e ne
riportavano in mare lo scheletro e i resti permettendo così la rinascita
dell'ospite precedentemente mangiato. In questo modo si perpetuava
l'armoniosa convivenza tra salmoni e uomini. Con l'arrivo dell'uomo
bianco e l'insediamento a ogni estuario di industrie conserviere si è
realizzata una corsa al profitto che ha portato una drastica diminuzione
di salmoni. Secondo gli indiani, i salmoni sono scomparsi perchè i
bianchi non hanno rispettato il rituale... E non si può dare loro torto.
La relazione di queste tribù con la natura, come quella della maggior
parte delle società tradizionali, si fonda sull'armonioso inserimento
dell'uomo nel cosmo. In Siberia, si muore nella foresta per restituire
agli animali ciò che si è preso da loro.

Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il
resto dell'universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia
(personificazione mitologica della Terra), come Gaia si è data a loro.
Eliminando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le
risorse naturali a una materia prima da sfruttare invece di attingerne,
la modernità ha eliminato questo rapporto di reciprocità.
La condizione della nostra sopravvivenza sta certamente nella
ricostruzione di un rapporto armonioso con la natura, sulle orme di una
concezione prearistotelica della relazione uomo-natura. MacMillan,
economista americano del XXI secolo impegnato nella salvaguardia dei
condor, sosteneva: "Dobbiamo salvare i condor, non tanto perchè abbiamo
bisogno dei condor, ma soprattutto perchè, per poterli salvare dobbiamo
sviluppare quelle qualità umane di cui avremo bisogno per salvare noi
stessi". All'interno della protezione dell'ambiente, Jean-Marie Pelt
introduce i concetti di gratuità e di bellezza. Il problema reale è che
si continua a parlare di ecologia, sono state adottate importanti misure
di protezione, ma continuiamo a non invertire radicalmente la rotta.
Nonostante l'ottimismo del filosofo francese Michel Serres, gli alberi
dotati della capacità di giudizio non devono nascondere la foresta
minacciata. La giurisprudenza americana più recente va nel senso di un
rafforzamento dell'appropriazione giuridica dei processi naturali da
parte dell'uomo sempre più spinta. A questo si aggiunge che, per
abitudine o incoscienza, le istituzioni tendono a incoraggiare ogni
forma di inquinamento (pesticidi, concimi chimici) con esenzioni fiscali
e continuano a finanziare progetti che distruggono la biosfera dei paesi
del Sud con il pretesto della lotta contro la povertà.

Si è addirittura arrivati a pensare che l'unico rimedio alla tragedia
della scomparsa di numerosi beni comuni fosse la loro completa
eliminazione. Secondo i convinti sostenitori della deregulation, solo
l'interesse privato e la rapacità degli individui potrebbero limitare la
sua dismisura! Bisognerebbe privatizzare l'acqua e l'aria (ma anche i
pesci degli oceani e i batteri delle foreste tropicali) per salvarle dai
predatori. » quanto fanno le società transnazionali, con il sostegno
degli stati nazionali e delle istituzioni internazionali, contro le
quali le popolazioni insorgono in tutto il pianeta. La gestione dei
limiti della crescita è diventata una questione intellettuale e
politica. La ricerca teorica sulla decrescita si colloca all'interno di
un movimento più ampio di riflessione sulla bioeconomia, sul
doposviluppo e sull'a-crescita..

da Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano
2007, citato da La nonviolenza è in cammino

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