italo calvino al arci camalli

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Messaggio da guido arci camalli » dom nov 19, 2006 3:03 am

Italo Calvino partigiano: poesie “scritte sottoterra” n. 4 Anno IV, Ottobre - 2006
Martedì, 17 Ottobre 2006

Italo Calvino partigiano: poesie “scritte sottoterra”



di Claudio Milanini, Dipartimento di Filologia moderna, Università degli Studi di Milano.





I passi in cui Calvino fa riferimento esplicito al proprio passato di partigiano sono pochi, brevi, alieni da ogni forma di autocompiacimento. Nei suoi articoli, nelle lettere, nelle interviste, non s’incontra nessuna rammemorazione distesa, nessuna rievocazione di imprese eroiche, nessuna concessione all’aneddottica avventurosa. Anche nell’unico racconto in cui si decise a parlare in prima persona della propria partecipazione a una vicenda bellica (un racconto incompiuto, pubblicato in forma scorciata sul “Corriere della Sera” del 25 aprile 1974 col titolo Ricordo di una battaglia), si limitò a raffigurare se stesso nei panni di un perplesso portamunizioni, rimasto ai margini dello scontro vero e proprio. Si direbbe quasi che lo scrittore, spinto dal desiderio di torcere il collo a ogni tentazione narcisistica, si sia rifugiato programmaticamente nell’antiretorica della modestia, se non proprio nella reticenza a oltranza.

Su un punto tuttavia le sue pagine non lasciano dubbi: egli riteneva che l’esperienza resistenziale avesse avuto un peso decisivo nella sua maturazione umana e artistica. Basti una citazione: “Sono stati mesi che hanno contato come anni e se riuscissi davvero a ricordarmi com’ero mese per mese dovrei dare tanti ritratti di me completamente diversi: un giovane è duttile e in mesi di forte tensione procede a sbalzi: nelle reazioni emotive, negli atteggiamenti, nelle idee” (Tante storie che abbiamo dimenticato, “La Repubblica”, 23 aprile 1985).

Non mi è parso inutile, allora, cercare di ricostruire l’itinerario percorso da Calvino tra il 25 luglio 1943 e il 25 aprile 1945, collazionando le scarse notizie da lui fornite con le testimonianze offerte dai partigiani che combatterono nella medesima zona del Ponente ligure e con i documenti d’archivio conservati presso l’Istituto Storico della Resistenza di Imperia (ricuperati in gran parte da Francesco Biga, coautore fra l’altro di un’eccellente Storia della Resistenza imperiese articolata in quattro corposi volumi): un itinerario complesso, ricco di momenti altamente drammatici, di cui ho reso conto nel gennaio di quest’anno su “Belfagor”.

La ricerca ha riservato non poche sorprese: tra queste, il ritrovamento di due poesie inedite, manoscritte, messe generosamente a mia disposizione da Esther Singer Calvino. Entrambe recano in calce, oltre alla data di composizione, l’indicazione “scritta sottoterra”.

La prima, “ispirata la notte del 15 novembre nel carcere di Santa Tecla”, messa su carta “il 9, il 10 e l’11 dicembre 1944”, s’intitola La prigione sul mare. Lo svolgimento, solo inizialmente descrittivo, dà progressivamente il massimo risalto alla condizione psicofisica dei prigionieri, protesi alla ricerca disperata di un “varco”, di una “armonia” che è loro storicamente ed esistenzialmente negata:



Contro le mura delle prigioni

batte il mare ramingo nella notte

tornando e andando, con eterno e vario

ululare di gole d’acqua e pietre.

Ed i rinchiusi, proni sugli insonni

giacigli, sembra ascoltino la storia

d’una lunga condanna senza scampo.

Forse la storia della vita: e tentano

di scoprirne la regola od il ritmo.



E pure il sangue nei suoi ciechi giri

ha un ritmo spinto come in cerca d’esito.

Alle rive del cuore, opaco stagno,

sciaborda, si dibatte, si raggruma,

quasi a irrompere fuori della buia

rete di vene gonfie di rimorsi

e congiungersi al gran fiume del mondo.



E i pensieri, insistenti come nenie,

hanno un volare basso e corto, come

pipistrelli rinchiusi e sempre tornano

a batter l’ali contro fronti e tempie.

S’anela la follia come uno stormo

che s’alzi senza fine e senza meta

nel cielo teso. E che migrino a sciami

i dubbi e le paure ed i rimpianti.



Così la notte, nelle prigioni,

i rinchiusi si tendono ascoltando

l’andare che dispera in pause o indugi

di mari e sangui e pensieri e sorti.

Tentano invano di forzare un varco

in cui sfoci il tumulto: e invano sperano

che un ritmo lo componga in armonia.



La seconda, priva di titolo e datata 11 dicembre, si apre con un’allocuzione al popolo, tocca l’acme nella visione di un’auspicata ribellione collettiva contro l’ingiustizia, si chiude con l’immagine di un io furibondo e tuttavia solidale. Non manca, in chiusura, un accenno al possibile riemergere dell’acquiescenza e della “viltà”, una nota cupa che controbilancia gli accenti sin troppo baldanzosi della strofa iniziale:



Popolo, un giorno aggrapperai le stanche

mani ai cancelli, con brusio d’apiario.

Dilagherai, fiumana macilenta,

svelte le dighe della lunga ingiuria.

Un esercito lacero ed inerme

pavesato di lutti, strappi e bende

avanzerà alla riconquista tarda

del bene perso in anni di pazienza.



Io, non so da che parte, trepidando,

uomini, seguirò il vostro riscatto.

Con urla o muto inciterò la furia;

pure se ancora basterà a sbandarvi

un passo udito di padroni o sbirri,

uomini, non guarderò più i vostri occhi,

vili della mia stessa viltà.



Ne La prigione sul mare si riconoscono agevolmente echi montaliani.

Da Mediterraneo, dove l’irrequietezza senza sbocchi dell’io era avvertita come un riflesso del “ribollio dell’acque / che s’ingorgano”, di un moto ondoso “vasto e diverso / e insieme fisso”. Da L’agave sullo scoglio, dove pure “i circoli d’ansia / che discorrevano il lago del cuore” erano stati posti in stretta corrispondenza con la furia del mare che “spalanca ampie gole e abbraccia rocce”. Da Crisalide: “[...] e forse tutto è fisso, / tutto è scritto, / e non vedremo sorgere per via / la libertà, il miracolo, / il fatto che non era necessario!”. Da La casa dei doganieri: “[...] v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri [...] Il varco è qui? (Ripullula il frangente / ancora sulla balza che scoscende...)”.

Nei versi di Calvino già si colgono peraltro connotazioni che rinviano a un orizzonte di idee di matrice scientifica e positivistica, già si può cogliere un lontano preannuncio del motivo biologico su cui si incardinerà la cosmicomica Il sangue, il mare (“Le condizioni di quando la vita non era ancora uscita dagli oceani non sono molto mutate per le cellule del corpo umano, bagnato dall’onda primordiale che continua a scorrere nelle arterie. Il nostro sangue infatti ha una composizione chimica analoga a quella del mare delle origini...”).

Meno elaborato, a conti fatti, e fin troppo ingenuamente oratorio, appare il testo del secondo componimento, che si ricollega al filone più scopertamente esortativo della poesia risorgimentale e post-risorgimentale (anche Carducci, nel Ça ira, aveva evocato l’immagine di un “esercito scalzo”).

Ma le vere ragioni per le quali queste due poesie risultano interessanti non sono di ordine estetico-letterario, sono altre.

In primo luogo esse danno conferma di quanta autobiografia dissimulata sia presente nei racconti di argomento resistenziale scritti da Calvino in terza persona subito dopo la guerra, e in particolare nel trittico formato da La stessa cosa del sangue, Attesa della morte in un albergo, Angoscia in caserma: un trittico nel quale non solo troveranno puntuale sviluppo i temi esposti in questi versi “scritti sottoterra”, ma ricompariranno anche analoghe descrizioni e locuzioni pressoché identiche (“L’inferriata dava sulla scogliera; il mare rogliava tutta la notte spinto negli scogli, come il sangue nelle arterie e i pensieri nelle volute dei crani”; “Il male [ovvero la tendenza coatta ad abbandonarsi a pensieri ossessivi] gli era cominciato in prigione [...]: il rumore del mare, fuori, come un ronzio [...] Ma era un mare confuso, senza ritmo, senza sfogo; la vita una cosa cieca e caotica”; “sentiva questo grosso fiato di viltà affoltirglisi intorno”...).

In secondo luogo La prigione sul mare e Popolo, un giorno sono l’unica testimonianza a noi pervenuta della condizione in cui visse Calvino nel periodo intercorrente tra i primi di dicembre del 1944 e il 1° febbraio 1945, cioè tra il giorno in cui riuscì fortunosamente a fuggire da un camion della Repubblica Sociale che avrebbe dovuto portarlo sul fronte orientale e il giorno in cui tornò a combattere tra le file dei volontari per la libertà. Ora sappiamo che Calvino passò quelle settimane nascosto in un rifugio sotterraneo: forse nel bunker agreste scavato in una fascia del podere avito di San Giovanni, forse nella cantina di qualche amico o parente.



Va sottolineato, a questo punto, come La prigione sul mare - pur presentandosi nei termini di una riflessione ricca di implicazioni simboliche - tragga origine da un’esperienza carceraria personalmente patita. Calvino, dopo aver militato durante l’estate del 1944 in due diverse bande operanti sulle montagne sopra Sanremo e dopo essere entrato a far parte in ottobre della brigata cittadina “Giacomo Matteotti”, era stato arrestato il 15 novembre durante un rastrellamento. Venne condotto nella fortezza-carcere di Santa Tecla, un tetro edificio che tuttora si eleva a mo’ di bastione sul Porto Vecchio di Sanremo. Qui trascorse una notte terribile, come risulta da un’intervista rilasciata dopo più di quarant’anni dal suo conterraneo Fulvio Goya: “Eravamo nell’anti-cella del carcere di Santa Tecla, c’era una finestra con le grate da dove si vedeva il cortile. Siamo stati lì senza bere e senza mangiare e ci lasciavano uscire da una porticina laterale per andare ai gabinetti pubblici.

Vi fu un bombardamento. Sul tetto della prigione avevano installato una batteria contraerea. Noi eravamo lì ma non potevamo scappare, c’erano sentinelle armate. Chiesi a Italo - non appena vidi, ad altezza dei nostri occhi, gli stivali dei componenti del plotone di esecuzione - se i tedeschi ci avrebbero fatto agonizzare a lungo.

Mi rispose di no: ‘I tedeschi ti stecchiscono e ti lasciano lì’. Letto l’elenco dei nominativi ci fecero uscire e ci portarono oltre il portone di Santa Tecla dove c’era un camion che ci aspettava... avevano invece fucilato gli altri, quelli che non avevano chiamato, poi li han buttati in mare”. Trasferito il 16 novembre in un grande albergo “da poco degradato a caserma e a prigione” (come si legge in Attesa della morte in un albergo), Calvino venne infine trattato come un semplice renitente alla leva, arruolato a forza e inviato al Deposito Provinciale di Imperia, dove rimase per due o tre settimane. La poesia venne dunque composta poco dopo la fuga: risponde alla volontà di dare espressione e argine al tumulto di emozioni, sensazioni e pensieri da cui l’autore era stato quasi sopraffatto nelle giornate trascorse in prigione e in caserma.

La comprensione piena di Popolo, un giorno richiede un piccolo supplemento di riferimenti, abbastanza ovvi ma forse non superflui, al quadro storico complessivo. Credo infatti che l’accento dubitoso della chiusa vada posto in relazione con il momento di crisi attraversato dal movimento partigiano nell’autunno del 1944: il verbo “sbandarvi” (“pure se ancora basterà a sbandarvi / un passo udito di padroni o sbirri”) ha un valore preciso, nient’affatto generico.

Va ricordato insomma che fin dal 13 novembre il generale inglese Alexander aveva rivolto per radio ai patrioti italiani l’invito, appunto, ad abbandonare le formazioni in cui militavano, a sospendere i combattimenti, a svernare alla spicciolata; e il mancato lancio di armi, viveri, medicinali, indumenti, coperte da parte degli Alleati costrinse allora gli stessi comandi superiori del C.L.N. a emanare disposizioni intese a ridurre gli effettivi, a congedare provvisoriamente molti combattenti. In effetti, i partigiani del Ponente ligure non deposero del tutto le armi: ma in dicembre e in gennaio, essendo rimasti quasi senza munizioni, dovettero limitarsi ad azioni di guerriglia sporadiche, a una lotta di sopravvivenza. Solo agli inizi del febbraio 1945 i circa quattromila volontari della I Zona Operativa Liguria poterono riprendere in massa la via dei monti: e conteranno alla fine - come è specificato nella motivazione con la quale il Presidente della Repubblica Sandro Pertini assegnerà la medaglia d’oro alla Provincia di Imperia - oltre milleduecento caduti.

Il 25 aprile vide Calvino scendere zoppicando verso Sanremo dalla zona degli uliveti della media Valle Argentina (dove era situato l’ultimo accampamento del suo reparto di garibaldini), ancora ignaro della sorte toccata ai genitori, che erano stati a lungo tenuti in ostaggio dalle SS. Abbandonò gli studi di Agraria, si laureò in Lettere, cominciò a pubblicare racconti e saggi. Ripose in un cassetto le due poesie composte nel dicembre del 1944, insieme con tutto ciò che aveva scritto prima della Liberazione. Ma la “scoperta del lancinante mondo umano” compiuta nei mesi dell’occupazione nazifascista lo accompagnò per sempre: come dimostrano tutte le sue opere, anche quelle in apparenza più scanzonate e fantasiose

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guido arci camalli

Messaggio da guido arci camalli » dom nov 19, 2006 10:06 pm

25 NOVEMBRE 2006
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE


46 anni fa Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, eroine della lotta di liberazione della Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, vennero violentate e uccise a Santo Domingo per avere fatto visita a dei prigionieri politici. Oggi sono il simbolo internazionale della battaglia contro la violenza alle donne. L’Onu ha reso indelebile il loro ricordo nel 1998, proclamando il 25 novembre, anniversario della loro morte, la giornata internazionale contro la violenza alle donne.

In ogni parte d’Italia si svolgeranno manifestazioni per ricordare che la violenza contro le donne è un delitto che non può rimanere impunito, contribuite anche voi con la vostra presenza e la voce della denuncia a sostenere con forza i valori e la dignità delle donne.


IL SILENZIO CHE NON VALE

Nel silenzio del proprio dolore si da forza a quella forza che destabilizza la vita e il cuore di molte donne.

Rompere questo tragico silenzio, che non è ricerca interiore, ma lesione della persona, significa dissestare positivamente un concetto di rapporto fatto di prevaricazione e maschilismo.

La famiglia dovrebbe essere un luogo in cui ritrovare se stessi e la propria identità, ma a volte quest'identità viene spazzata via e ci si ritrova soli, colpevoli di un dramma di cui non si ha colpa, e immersi in un silenzio tormentato che pian piano distrugge anche la propria dignità di donna.

Se da una parte il dolore annichilisce il presente, dall'altro diventa un ombra, che se non allontanata in tempo, ci può seguire per tutta la vita...

Allora infrangere questo tabù significa in primis, liberarsi di colpe che non si hanno, riprendere in mano la propria vita, e sconfiggere la cultura della prepotenza.

Pertanto date valore al vostro ruolo, di vitale importanza, e spezzate i legami con il passato.

Chi ha subito un trauma del genere mette in atto delle strategie per difendersi dal dolore, tra cui il silenzio, l'oblio, la minimizzazione, però anche se apparentemente efficaci in un primo momento, queste modalità di risposta alla sofferenza possono in seguito divenire dei veri e propri disagi esistenziali.

Fate sentire la vostra voce…

“Affinché il vostro grido di libertà incateni quel silenzio che uccide”

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