un pò di storia 6

Forum di supporto al nuovo Biodizionario.it
per approfondimenti sui giudizi espressi del BioDizionario sugli ingredienti Cosmetici e Alimentari

Moderatore: Erica Congiu

Rispondi
Marco Valussi
Messaggi: 1770
Iscritto il: mer ott 06, 2004 8:04 am
Località: Verona
Contatta:

un pò di storia 6

Messaggio da Marco Valussi » ven dic 08, 2006 3:26 pm

Il presente
• Dagli anni 80 ad oggi.
Popolarizzazione della ricerca sulle piante medicinali: coinvolgimento delle imprese
– Rapido aumento dei test e degli studi
– Studi basati sulle domande e guidati da ipotesi.
– Preoccupazione sulla sparizione dei linguaggi, del sapere ambientale, e delle culture.

Il passaggio fondamentale è quello di non limitarsi alla ricerca di nuovi saperi o materiali appresi dalle popolazioni aborigene, ma cercare di comprendere il loro sistema di interazione e vita con la foresta stressa. Questi popoli si sono coevoluti ed adattati ad un ambiente difficile e molteplice. Non potendo, se non in minima parte, adattarlo ai propri bisogni ed esigenze (per mancanza di tecnologie adeguate), hanno scelto di capirlo*. I componenti della comunità sono dei naturalisti eccezionalmente dotati, comprendono non solo concetti complessi come l’impollinazione e la dispersione, ma sono in grado di operare distinzioni botaniche impossibili at tecnici. Il definire “prova ed errore” la metodologia con la quale sono arrivati alle loro scoperte è forse riduttivo. Prendiamo ad esempio due casi interessanti.

1. Il Curaro.
Nel XVI secolo gli esploratori occidentali osservano gli indigeni delle zone del Perù, Brasile, Equador e Colombia usare un veleno da freccia chiamato CURARI o WOORALI, che uccide gli animali e gli uomini in pochi minuti, anche solo dopo una ferita superficiale. Il veleno può essere usato per la caccia perchè il veleno, mortale quando penetra direttamente nel torrente ematico, viene degradato facilmente dai succhi gastrici.
E’ solo nel 1800 che la preparazione del curaro viene descritta in maniera dettagliata ed esatta, da parte dei grandi esploratori von Humboldt e Bonpland. Il curaro viene preparato a partire da Chondrodendron tomentosum, Abuta spp. e Curarea spp. (tutte liane), mescolate a volte con Strychnos spp.. Le corteccie vengono grattate e poste in una foglia messa a guisa di imbuto, appesa a due lancie. Acqua fredda viene versata nell’imbuto e fatta percolare, il liquido scuro gocciola e viene raccolto in un recipiente di ceramica. Il liquido raccolto viene portato all’ebbollizione varie volte per farlo schiumare, fino a che non si addensa lentamente. Il liquido viene raffreddato e quindi scaldato una ultima vlta, fino a che non si forma uno strato vischioso che viene rimosso. Le punte delle freccie vengono bagnate nel liquido ed essiccate al fuoco. Gli indigeni parlano di curaro “un albero” e “curaro tre alberi” per distinguere il curaro potente (una scimmia avvelenata può solo compiere un bazo da un albero ed un altro) e quello meno potente (la scimmia può saltare fino a tre alberi).
Ciò che più colpisce di questa preparazione è il fatto che i popoli cacciatori siano riusciti a capire l’efficacia del veleno attraverso le lesioni ma non per ingestione, capendo che era possibile utilizzarlo per la caccia.
Nel 1820 Charles Waterton comprende il meccanismo d’azione del curaro; sperimenta infatti il veleno su una mula che “muore” ma viene rianimata grazie alla ventilazione forzata. La pianta agisce quindi sulla respirazione, bloccandola e provocando la morte per asfissia.
Nel 1844 il grande fisiologo francese Claude Bernard conferma che il curaro agisce bloccando la trasmissione nervosa alla muscolatura.
Negli anni 20 del 900 uno studioso americano, Richard Gill, spende molti anni con gli indigeni equadoregni e studia attentamente la preparazione del curaro. Nel 1938 ritorna negli USA con qualche chilo di curaro e cerca di interessare le case framaceutiche ad una sostanza che crede molto promettente. Nel frattempo infatti il chimico King, nel 1935, era riuscito ad isolare il principio attivo del curaro. Dato che non possedeva alcun campione di curaro, King aveva dovuto utilizzare per le sue analisi il campione originale di Spruce conservato ad Harward. Dato che il campione era conservato in un tubo, la molecola si chiamò tubocurarina (la struttura proposta da King risultò poi errata, ma la molecola era stata isolata).
Gill non riesce a trovare chi lo appoggi se non anni dopo, e solo nel 1941 iniziano i primi esperimenti sugli animali. La tubocurarina viene aggiunta agli anestetici per le operazioni chirurgiche, ma gli animali muoiono di asfissia. nhel 1942 Griffith e Johnson capiscono che all’utilizzo dell amolecola deve essee sempre associata la ventilazione forzata e nello stesso anno compiono molte operazioni su esseri umani. dato che la tubocurarina rilassa completamente (paralizza) la muscolatura, è possibile utilizzare dosi molto più ridotte di anestetico.
La tubocurarina si lega ai recettori postsinaptici per l’acetilcolina bloccandoli, impedenso l’azione stimolante dell’acetilcolina.

2. Ayahuasca
I popoli amazzonici e della cordigliera delle Ande usano un principio intossicante per i riti di visione e di comunicazione con il divino. Questo principio viene prodotto a partire da una liana del genere Banisteriopsis (spesso B. caapi e B. inebrans). Ci sono molti modi di preparazione ma il più comune è quello che prevede di grattuggiare la corteccia dal fusto, vien efatta bollire per molte ore fino a che si ottiene unliquido denso ed amaro con effetti psicoattivi. I principi attivi sono stati identificvati negli alcaloidi harmina e armalina (inizialmente chiamate telepatine). Sono strutturalmente simili alla serotonina e forse agiscono bloccandone i recettori, e mostra attività crociata con LSD e psilocibina. Possiedono inoltre attività MAO inibitrice.
Spesso a queste ppiante si aggiungono altre piante del genere Psychotria e Diplopterys cabrerana; queste contengono delel triptamine con attività psicotropa, ma che vengono normalmente rese inattive dai sistemi enzimatici ossidativi umani (ossidasi monoamminiche o MAO). Quando vengono però consumate insieme a Banisteriopsis l’attività MAO inibitrice permette alle triptamine di sopravvivere ed esercitare la loro azione. Un interessante caso di sinergia farmacocinetica. Ed ancora più interessante sarebbe capire i processi che hanno permesso alle popolazioni di capire questo collegamento.

*Nota Bene: potremmo dire che il progresso, inteso come aumentata capacità di modificare l’ambiente in cui si vive per renderlo più adatto alla vita, può avere come contropartita negativa il fatto di non avere più bisogno di capire il mondo che ci circonda.

Alcune definizioni
1895: lo studio dell’uso delle piante nelle società primitive”.
“La registrazione completa e la comprensione delle classificazioni, usi e concetti pratici, religiosi e superstiziosi sulle le piante in società primitive od orali”
“Lo studio della valutazione e manipolazione umana di materiale, sostanze e fenomeni pertinenti alle piante, inclusi i concetti rilevanti, in società primitive od orali”
“Lo studio della totalità del posto delle piante in una cultura”
“Lo studio dell’uso contestualizzato delle piante”
“Lo studio del testo etnobotanico, inteso come dialogo tra i contesti naturali, sociali e culturali”
“Lo studio delle interelazioni dirette tra uomini e piante, e le loro conseguenze evolutive”.

Ma allora, cosa fa' l’etnobotanica?
1. Documenta fatti circa l’uso er la gestione delle piante (parte ottocentesca)
2. Chiarisce il “testo” etnobotanico definendo, descrivendo ed investigando ruoli e processi etnobotanici.

A che scopo lo fa?
A) Scopi “pratici”.
1. Sviluppo di nuovi prodotti di derivazione vegetale
2. Scoperta o miglioramento di cultigens.
3. Sviluppo di agro ecosistemi che conservano le risorse naturali ma che vadano incontro alle esigenze ed ai bisogni dei locali.
Ciò significa lo sviluppo di studi di etnofarmacologia/etnomedicina; lo studio del rapporto tra pratiche agricole, biodiversità e dieta; nuovi materiali da costruzione; artigianato, allevamento; Ecologia umana ed antropologia ecologica (vedi libro)

B) Scopi “accademici”.
Aspetti psicologici e culturali dei modi nei quali i popoli aborigeni interpretano e trattano le proprie piante utili.

Rispondi