Malati? Magari.

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Malati? Magari.

Messaggioda silvia caldironi » gio ott 14, 2010 7:15 am

Quante volte nella mia carriera professionale mi sono sentita dire: “sa nella mia vita ho convissuto con un problema che pensavo fosse solo mio, ma guardi sul giornale, è una malattia”! Il fatto che un problema non sia un problema ma una “malattia” ha una connotazione paradossalmente positiva e consolatoria nel confronti di tantissime persone che accusano malesseri e sintomatologie varie, regalando un “sospiro di sollievo”. Ma perché dovremmo allietarci del fatto di essere “ufficialmente malati”? Questa è un’importante domanda che chiunque dovrebbe porsi. Ci sono molte motivazioni del perché questo avviene, qui riportiamo le più diffuse e rilevanti. Innanzi tutto, essere riconosciuti come malati, porta la collettività a riconoscere un problema, che prima di diventare una malattia era semplicemente il problema soggettivo di una persona. Questo sposta la responsabilità dal singolo al gruppo, poiché dal momento in cui quel determinato sintomo viene “patologizzato” allora è la collettività ad essere insensibile, a dover aiutare e comprendere. Ma finché il problema rimane solo “soggettivamente riconosciuto” dal singolo, ed a volte dai suoi familiari (ma non sempre), è la persona ad essere tacciata di “esagerazionismo”, di lamentarsi senza motivo, ed il soggetto, per tutta risposta, spesso si pone dubbi egli stesso sul proprio equilibrio mentale e psicofisico. Si sente l’”unico”, cosa che non avviene più quando si crea “un gruppo” di malati. D’altronde, se una patologia viene riconosciuta a livello sociale, interesserà pure qualcuno! Ci saranno necessariamente altri soggetti in condizioni simili, ed il fatto che ci sia qualcun’altro, come sempre, come in molti altri aspetti della vita, ci da una ragione valida per “legittimarci di essere” e di “sentire” quello che da soli non ci legittimiamo di fare. Se qualcun altro si sente così, allora anche io “mi posso” sentire così. Questo mette in luce la fragilità umana che si riconosce così tanto nel collettivo, quand’anche non ne conosca affatto i componenti (ad esempio il nuovo “malato”, spesso, non conosce chi gli altri ammalati siano, gli basta sapere che esistono!) e che per essere “riconosciuta” ha bisogno che gli altri la vedano, non esistendo “di per sé”. Il fatto di “essere riconosciuto” mi permette di vivere più serenamente la mia condizione, soprattutto quando questa riguarda una dimensione intangibile, che gli altri non possono vedere (fenomeni depressivi, fibromialgia, stanchezza cronica etc..). Per chi invece accusa sintomi fisici visibili, “essere” riconosciuti in quanto malati, significa poter sperare in una ricerca, poter “fare qualcosa” per star meglio, poter “contrastare” la patologia coi farmaci. Il problema è che spesso, la responsabilità della propria salute si esaurisce proprio con questa assunzione. Comunque sia, la malattia testimonia che la persona ha “davvero” un problema e che non “se l’è inventato”. E anche questo la dice lunga sull’importanza relazionale del sintomo: finché una cosa è solo mia, è trascurabile, è un capriccio, è un’invenzione, quando la vedono anche altri allora possiamo lavorarci perché “è vera” e anche qualora non si dovessero trovare la cause di quella malattia, poco male, sarà lo stress e, ovviamente, l’inquinamento. Questa considerazione è molto interessante poiché i canali di informazione sono ai primi posti tra gli agenti stressogeni e si basano sulla promozione di comportamenti e prodotti altrettanto stressanti (per la gestione ordinaria della vita oltre che per il fisico). Inoltre interessante notare che l’inquinamento è dovuto in primis all’industria chimico-petrolifera, tanto quanto lo smaltimento dello stesso (sempre gestito dalle industrie chimiche). Inutile osservare che dietro alle aziende ci sono le persone. “I sicari dell'economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni "umanitarie" nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di un pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest'epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni”. (John Perkins, Confessioni di un sicario dell'economia, prefazione). Interessante notare anche che l’industria chimica controlla l’industria farmaceutica, la quale ha sempre fame di nuove “malattie”, specialmente se interessano i benestanti bianchi occidentali a cui vendere i farmaci, oltre a controllare molti dei canali di informazione, a finanziare tantissime associazioni di ricerca, associazioni di malati. Se questo non bastasse a capire l’entità della pubblicizzazione della malattia e quindi le dimensioni del business ad essa correlato, si pensi all’importanza dell’industria chimica nel mercato alimentare, degli additivi e dei coloranti, dei concimi e dei mangimi, pesticidi, fertilizzanti, delle biotecnologie, dei prodotti per l’agricoltura e l’industria zootecnica, alle loro influenze nella nostra salute e qualche importante domanda forse sorgerà. Minore sarà la nostra forza, la nostra evoluzione, la nostra capacità di ascoltarci profondamente, di volerci bene e di provvedere alla nostra salute ed al nostro benessere senza delegarle alle pillole miracolose, maggiore sarà la nostra capacità di star bene, di ridurre l’assunzione di farmaci, di evitare le dipendenze, di non farci influenzare, di amarci e di dare attenzione a noi stessi per primi (evitando di cercarla proporzionalmente negli altri), di realizzarci e di lavorare attivamente per noi stessi. La mia professione mi ha insegnato sul campo che per essere sani, bisogna prima essere liberi, bisogna sapersi e volersi assumere responsabilità, e lavorare per essere abbastanza forti per farlo. Finché ci accontenteremo del “minimo sforzo” così come la nostra biologia ci porta a fare, accontentandoci di sopravvivere, finché ci starà bene così e non lavoreremo per ridurre la nostra ignoranza, i condizionamenti interni ed esterni, per vedere oltre ciò che vediamo e per capire ciò che ci circonda, la volontà, la più evoluta di tutte le forze se ne starà seduta in panchina e qualcuno dovrà assumersi quella responsabilità per noi. Star male non é solo un ostacolo che ci porta dolore e sofferenza, è anche uno strumento profondamente evolutivo che ci permette di arrivare profondamente dentro di noi, un modo per capire che qualcosa ci sfugge e che dobbiamo comprenderlo. Viviamo tutta la vita in un corpo che non conosciamo, e di cui abbiamo imparato a mettere a tacere i sintomi, così siamo sempre più nelle mani di altri, che ci dicano come stiamo, che si prendano cura di noi, che ci dicano cosa fare, anzi, meglio, cosa comprare. Si perché comprare è il “minimo sforzo”, mentre fare aumenta lo sforzo. Peccato che tutto questo si paghi a caro prezzo, in termini di salute stessa, di effetti collaterali, di mancata evoluzione personale e collettiva. Cambiare il mondo non è altro che la conseguenza di un insieme di cambiamenti collettivi. La responsabilità dell’andamento delle cose non è solo di politici corrotti e di strapoteri lontani e irraggiungibili, perché quegli strapoteri stanno in piedi perché vendono a noi. Sta ad ognuno di noi muovere un passo verso di sé ed il risultato sarà quello di una enorme corsa all’evoluzione globale.
Dott.ssa Silvia Caldironi
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Re: Malati? Magari.

Messaggioda hezter » gio apr 14, 2016 12:41 pm

questo post ho dovuto salvarlo perchè è veramente bello grazie! :o
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Re: Malati? Magari.

Messaggioda GiovaneAnna » mer apr 27, 2016 2:47 pm

Più di qualche volta mi sono imbattuta in qualche soggetto che sotto la bandiera del "io ho il coraggio di guardare in faccia alla realtà e non nascondo la testa sotto la sabbia" mi propinava mezz'ora di sermone sul signoraggio; o le sette sorelle; o la dinastia dei Rockefeller (che poi alla fine sono la stessa menata); sul fatto che il capo dei cristiani sia il papa, ma che anche il papa se gesuita deve sottostare agli ordini del capo gesuita di turno; sul fatto che discendiamo tutti dagli alieni o che in realtà i nostri veri corpi giacciono in incubatrici per tutta la vita e che il mondo che percepiamo è solo una realtà virtuale creata per mantenerci in uno stato di schiavitù funzionale alla produzione di energia elettrica utilizzata da macchine senzienti.
Onestamente, ammetto di non essermi informata accuratamente come questi signori sugli argomenti citati e altri non menzionati e ammetto che potrebbe anche essere tutto vero. Pure tutto vero contemporaneamente (strapotere delle banche+sorelle+alieni+matrix).
Ma ancora più onestamente io dico che, al momento, non me ne frega un accidente. Qualcuno troverà sicuramente da obiettare ma penso che se vivo in una casetta in campagna, con il mio orticello, mi autoproduco tutto quello che posso, faccio un lavoro modesto ma onesto e rinuncio alle lusinghe del consumismo tutto il potere di un Rockefeller diventa inconsistente dal momento esatto in cui entra dal vialetto.
Credo fermamente che scegliere questo tipo di vita, mantenerla con coerenza e ogni tanto raccontare quello che faccio a qualcuno che non ne sa nulla sia il modo migliore che ho per fare qualcosa di buono a questo mondo tanto maltrattato. Con coerenza e con senso di responsabilità verso la mia famiglia e l'ambiente in cui vivo.

Quindi sono molto d'accordo Silvia, e almeno noi che siamo d'accordo tramutiamo il consenso in azioni concrete.

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